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Sulle orme di Guareschi...

Lo strano caso di nonno Agostino
di Nonno Agostino

Puntata 11

       Nonno Agostino continua a dilettarci coi suoi racconti di uomo fermo all'ante-concilio, incredulo alle panzanate del nipote Rocco che vorrebbe fargli credere l'assurdo (meglio dire paradosso) della chiesa conciliare d'oggi...

Grassetti, colori, parentesi quadre, sottolineature, corsivi
e quanto scritto nello spazio giallo sono generalmente della Redazione

      Caro direttore, mi permetto oramai, indegnamente, di fregiarmi del titolo di suo amico, non so se la cosa le faccia piacere… spero di sì, perché per me oramai lo è.
 
       Qualche giorno fa riflettevo sull’espressione che ripetutamente Gesù cita nel Vangelo: “Chi ha orecchie per intendere, intenda!”… e alla mia povera mente, non le saprei dire perché, si presenta la figura del profeta Giona per il quale si staglia alla perfezione il detto: “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, pare oggi molto in voga, specie in certi ambienti che è meglio non specificare, ma che lei saprà certamente individuare.
 
       Giona (che significa “colomba”) inviato a Ninive, è figura degli Apostoli inviati a predicare il Vangelo ai pagani, ci diceva lo Zio Tommaso, di Gesù stesso che restò tre giorni e tre notti nel sepolcro, come Giona nel ventre della balena, e dello Spirito Santo che scese su Gesù sotto forma di colomba…
 
      – Ma… attenzione –interviene Guendalina con mia sorpresa, non essendomi accorto del suo ingresso in sala– una colomba che vola verso l’alto a testa in su, perché a testa in giù…, come in certe insegne liturgiche attuali, tipo la croce pettorale di “Ciccio formaggio” [la solita macchietta di Rocco!?!], rappresenta ben altro spirito…, quello della colomba del satanico O.T.O… per non dire del Baphomet rappresentato sulla stessa croce pettorale” [direttore, ma che vorrà mai dire, boh!].
 
       – La conversione di Ninive –dialogo quindi con Guendalina– è figura di quella di Roma destinata ad essere la capitale della Nuova Alleanza. Gesù stesso, agli ebrei che gli chiedevano un segno, rispose: “vi sarà dato il segno di Giona il profeta: come infatti Giona è stato ingoiato nel ventre di una balena per tre giorni e tre notti, così il Figlio dell’uomo sarà [sepolto] nel seno della terra tre giorni e tre notti” (Mt., XII, 39-40).
 
       Gesù, citando Giona, annuncia la sua morte, la sua sepoltura e la sua resurrezione. La missione di Giona continua quella dei profeti a lui anteriori, i quali avevano minacciato sventure e castighi per i peccati di Israele, specialmente per i peccati di idolatria e d’infedeltà a Dio.
 
       Ma gli ebrei non avevano voluto credere ai profeti e non si erano convertiti. Allora Dio, prima di scatenare la sua collera, fa un ultimo tentativo: suscita un nuovo profeta, Giona, e lo manda a Ninive, la grande metropoli pagana, una specie di New York dell’epoca, una delle più importanti in quei tempi, ricca di ogni corruzione (come oramai la quasi maggioranza delle nostre città).
 
      I Niniviti si convertiranno, a differenza degli ebrei che non avevano voluto convertirsi quando erano stati inviati loro gli altri profeti, che loro anzi li avevano perseguitati ed uccisi”.
      Ricordo brevemente i fatti narrati, soprattutto a beneficio di mio nipote Rocco, giunto inatteso, un testone carentissimo in fatto di conoscenze bibliche:
      “Il Signore dice a Giona: “Va’ a Ninive, rimprovera ai suoi abitanti la loro iniquità e poi ritorna a Me”.
      Giona si alza, ma invece di obbedire, fugge lontano da Dio, in direzione opposta a Ninive, verso Tarsis, nella Spagna meridionale, allora estremo limite della navigazione mediterranea.
     Certamente Giona, formato da Elia, sapeva che Dio è Onnipresente, ma da buon “pio-israelita” pensava che, in virtù dell’Alleanza stipulata con Abramo, non sarebbe mai intervenuto fuori della Giudea. Egli pensava che, una volta fuori della Giudea, Dio lo avrebbe lasciato in pace.
 
       Ma perché mai non voleva predicare ai Niniviti? San Girolamo (in Commento su Giona, Prologo, P.L., t. XXV, c. 1.117) lo spiega così: «Innanzi tutto si vedeva sminuito nella sua dignità profetica, essendo egli trasferito presso i pagani. Tutti gli altri profeti erano stati inviati in Israele, Giona, invece, era… diciamo… declassato, poiché inviato in Assiria, a Ninive! Inoltre lo Spirito Santo gli aveva rivelato che la conversione dei pagani avrebbe segnato la fine del primato di Israele. Per Giona, che, pur essendo un profeta, era pur sempre un uomo e un "pio israelita”, questo era un compito ingrato; non se la sentiva! Infine Giona sapeva bene che “Dio è misericordioso, paziente, sempre pronto a perdonare chi si pente”, ed è proprio per questo che non voleva andare a Ninive, per rispetto umano o paura che, qualora essa si fosse pentita, Dio l’avrebbe perdonata e lui avrebbe fatto una figura meschina».
 

       Giona, quindi, si imbarca per traversare il Mediterraneo e andare addirittura verso la Spagna meridionale. Ma Dio non è d’accordo… fa sollevare una grande tempesta. Tutti i passeggeri, che sono pagani, sono presi dal panico, mentre solo Giona resta indifferente, poiché, tormentato dal rimorso di aver disobbedito a Dio, è noncurante di ciò che succede attorno a lui e, per la tristezza, si addormenta.
       Il capitano della nave, anche lui un pagano, meravigliato da tanta calma, lo prende per un “santo” e lo invita a pregare il suo Dio. Giona comincia a pregare, ma la tempesta non cessa.
       Allora i pagani pensano che quella tempesta sia l’effetto dell’ira di chissà quale divinità offesa e tirano a sorte per sapere chi ne sia il colpevole. La sorte cade su Giona.
       I marinai gli chiedono allora che cosa fare per calmare la collera di Dio, ed egli risponde: “Prendetemi e gettatemi in mare. Infatti so che è a causa del mio peccato che la tempesta si è sollevata”.
       I marinai, pur se addolorati, lo gettano in mare, che immediatamente si calma ed allora una balena ingoia il profeta.
       Giona, nel ventre della balena, prega Dio, Gli chiede perdono e promette di fare la sua volontà. Dio allora comanda alla balena di “sputare” Giona sulla riva del mare.
 
       Giona, questa volta, non avendo altra scelta, si reca a Ninive e predica la penitenza per i peccati che vi si commettono.
       Ninive era talmente grande che ci volevano tre giorni di marcia a piedi per percorrerla da un capo all’altro... e pensare che allora non c’era il traffico automobilistico dei nostri giorni!…
       Giona durante la sua “marcia” non cessa di gridare: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”.
       I Niniviti, impressionati sia dal messaggio che dalla gravità del messaggero, si pentono e fanno penitenza dei loro peccati, credendo in Dio.
 
 
       La cosa giunge sino alle orecchie del re: ossia il popolo comincia il “pentimento”, Dio lo accetta e decide di non distruggere Ninive; poi interviene anche il re (come nel Natale di Gesù prima vanno ad adorarlo i pastori, poi tre re pagani).
       Questo per farci capire che il regno di Cristo non domina solo sulle singole anime, ma su tutta la società, poiché l’uomo è creato “animale socievole”, quindi egli deve dare a Dio il culto dovutoGli non solo in privato, ma anche in società, sotto la legittima autorità.
       Anche il re fece pubblica penitenza, si rivestì di sacco e si cosparse il capo di cenere.
 
      Ecco perché Gesù porta i Niniviti ad esempio contro i Giudei del suo tempo: mentre i Niniviti, che erano pagani, si convertirono di fronte alla predicazione di Giona, un semplice profeta, i Giudei non vollero convertirsi di fronte alla predicazione di Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo.
       Questo episodio ci fa capire che già nell’Antico Testamento si preparava la missione “ad Gentes”, s’iniziava l’universalismo religioso del Nuovo Testamento.
       Sempre rivolto alla mia cara nipote, con un sorriso di compiacenza, continuo:
 
       – Gesù e san Paolo l’universalismo religioso l’hanno promulgato e praticato, ma era già nello spirito del Giudaismo mosaico, totalmente diverso da quello talmudico cabalistico, che idolatra Israele e odia i goym (in particolare noi Cristiani stupidi ed insulsi –secondo loro–!).
       Il Giudaismo attuale, per quanto possa ricordare, ha rotto con Mosè ed i profeti, ha assorbito culti pagani, idolatri e frutto di superstizione, mutuati dai popoli loro confinanti e dalle peregrinazioni erranti a cui erano sottoposti, ed in particolare è impregnato di dottrine gnostiche, cioè della dottrina del serpente primordiale.
       In realtà il vero Giudaismo con Mosè e tutti i profeti annunciava Cristo e la Chiesa, che è il vero e nuovo Israele, secondo lo spirito e non secondo la carne.
 
      I Sommi Sacerdoti, gli scribi e i farisei-sadducei hanno crocifisso Gesù, e la storia continua nella sua Chiesa, Corpo mistico di Cristo.
      È proprio ciò che Gesù rimprovera ai Giudei del suo tempo:
      I pagani di Ninive fecero penitenza, e voi no; perciò inciampando nella Pietra angolare,“morirete nel vostro peccato”, l’orgoglio: il rifiuto del Messia, che perdura tuttora!
 
      – Le vicende attuali –ricorda Guendalina, evidentemente ben ferrata sull’argomento– ci mostrano che nulla è cambiato, lo stesso odio che animava i Giudei increduli duemila anni fa contro Cristo, anima quelli increduli di oggi contro la Chiesa e contro chi, come Giona, predica la verità, la penitenza, Gesù Cristo unico Salvatore dell’uomo, sia esso pagano o ebreo.
      Roma, come Ninive, si è convertita: prima il popolo, poi Costantino.
      Gerusalemme invece (tranne il “piccolo resto” degli Apostoli e dei primi discepoli cristiani, con qualche sporadico caso nel corso dei secoli) si è indurita (prima i sacerdoti, poi il popolo) nel rifiuto di Cristo
 
      Rocco, che sembra avere un impegno urgente, sollecita la conclusione del discorso…
      – Giona, dopo aver terminato la sua missione di tre giorni, scappa da Ninive, ha paura di essere distrutto assieme ad essa, si rifugia su una collina, lontana abbastanza, ma non troppo, per veder, standosene al sicuro, il castigo della città. Passano quaranta giorni e Ninive non è distrutta. Allora Giona si rattrista e si incollerisce, teme di fare la figura del brocco, del falso profeta.
      – Giona ha paura delle umiliazioni –interviene ancora Guendalina– e chiede a Dio di farlo morire. Dio, allora, gli dà una piccola lezione: fa nascere un albero di ricino che lo ripari dal sole; in una sola notte spunta e diventa alto e frondoso, in modo da poter far ombra al profeta che lo apprezza grandemente; però il giorno dopo, Dio manda un verme che, rodendo le radici dell’arbusto, lo fa seccare. Il sole sorge implacabile, un vento di scirocco caldo comincia a soffiare e rende l’aria insopportabile. Giona ne è talmente “sciroccato” che di nuovo comincia a pregar Dio di ritirarselo da questo brutto mondo. Dio lo interroga:
      – Credi che tu possa indignarti perché un alberello si è seccato?.
      Giona risponde di sì, e Dio lo rimprovera dicendogli:
      – Tu sei in collera perché un alberello che è nato in una notte, senza alcuna tua fatica, è seccato in un giorno. E tu vorresti che Io assista, indifferente, alla distruzione di questa enorme città con i suoi abitanti che si son pentiti?
 
      Uscito Rocco, anche lui sciroccato, cerco di trarre le opportune considerazioni. Mi rivolgo all’attenta Guendalina e continuo a dire:
      – Questo libro biblico ispirato vuole farci capire il mistero della Misericordia di Dio verso gli uomini, anche i più disgraziati, anche pagani o non-ebrei, che riconoscono le loro miserie e ne chiedono perdono.
      Sant’Agostino (Epistola 102, ad Deogratias, PL, t. XXXIII, c. 383 ss.), come ci ricordava opportunamente lo zio Tommaso, santo sacerdote, nelle sue lezioni domenicali a noi nipoti che pendevamo (ma non sempre!) dalle sue labbra, ci spiega così la morale di questo episodio:
      «Giona gioca un ruolo ingrato, in questa scena finale, oltre che nella prima [la fuga]. Egli è figura del popolo ebraico, che si irrita quando vede che anche le nazioni pagane sono chiamate da Cristo al suo Regno. Invece di far penitenza come i Niniviti o i pagani convertiti dai Dodici Apostoli, resta in disparte, urtato, piagnucoloso e lamentoso, sulla collina. L’alberello rappresenta la religione mosaica dell’Antica Alleanza, che –seccando– deve cedere il passo alla Nuova ed Eterna Alleanza. Il sole che brucia l’albero è Cristo, “Sol justitiae”, il verme che ne rode le radici è ancora Gesù: “Ego sum vermis et non homo” (e Felicina per compiacere lo zio iniziava subito la recita del Salmo 21), simbolo dell’umiltà. Ma, in poco tempo, questo vermicello fa seccare l’albero, poiché Cristo è venuto non solo per Israele ma per tutte le genti e, quindi, fa seccare tutte le speranze e le glorie terrestri dell’Israele carnale (le fronde dell’albero, sotto cui Giona si riparava). Preghiamo –conclude il Santo Vescovo d’Ippona, mio omonimo– preghiamo il “verme divino”, Gesù, che ci roda, ci consumi e tolga da noi ogni albagia».
 
      E Guendalina aggiunge subito:
      – Ricordo di aver letto un libro di don Barsotti che parla proprio di questo argomento e commentava: «Israele non è eletto per la distruzione dei popoli, ma per la loro salvezza (p. 20); Israele non voleva capire che tutti i popoli e tutte le terre non solo erano sotto il dominio sovrano di Dio, ma erano creature del suo amore […], ciò lo ferisce nel suo orgoglio. […] L’unica cosa che avrebbe dovuto fare Dio [e dovrebbe ancora… secondo gli ebrei] era quella di distruggere tutte le Nazioni per far regnare Israele”. Ma “Quando Israele vorrà conservare esclusivamente per sé i doni che ha ricevuto da Dio… viene condannato, rigettato, e al suo posto entrano le Nazioni”.
      – È vero, Guendalina cara, in effetti tutto il Libro di Giona sembra voglia “canzonare” Israele che non sa accettare il piano divino”. Vedi come anche il Signore ha un suo umorismo…, un po’ come “Pulcinella, che ridendo e scherzando, disse la verità”!.
      E poi, proprio questo è il destino del cristiano: essere gettato in mare, essere ingoiato dal pesce, perché nell’abisso della tenebra possa erompere dal nostro cuore il grido della speranza.
      Però, caro direttore, attenzione!...: “il profeta è un cibo indigesto. E così come il pesce non riuscì a digerire Giona, allo stesso modo il mondo non riuscirà mai a digerire Cristo e la sua Chiesa”. Ma una volta “sputati” fuori, (Cristo e la sua Chiesa) risorgono a nuova vita e a nuovo splendore!
 

      Diceva in proposito lo zio Pierre, senza farsi ascoltare troppo in giro (ed anche lei, mi raccomando!):
      – Non si illudano i tentacoli, le propaggini, vere armi agenti nell’ombra per conto della “balena cabalista”, e cioè le conventicole massoniche, le associazioni politiche agnostiche, comuniste o progressiste (in progresso verso il nulla e verso il fuoco inestinguibile dell’inferno!) e tutte le istituzioni mondialiste, che preparano il nuovo ordine (o meglio disordine!) mondiale, compresa l’ecumenica antichiesa modernista [ma che linguaggio strano, questo zio Pierre!], create e sostenute con enormi mezzi finanziari defraudati ai popoli goym ingannati; conventicole, associazioni e istituzioni il cui unico vero fine, al quale lavorano incessantemente in combutta, è quello di distruggere a qualunque costo il Cristianesimo e la Chiesa cattolica! Ma “portae inferi non praevalebunt!”: Babilonia sarà distrutta al colmo del suo splendore, sarà arsa quando si riteneva ormai vittoriosa e sicura, protetta dai baluardi della propria infamia, della propria superbia e del disprezzo delle leggi divine; la Babele adultera, prostituita a tutti gli idoli, cadrà miseramente nella desolazione nel pieno del suo orgoglio, attirandosi la giusta ira divina che non avrà alcuna remora né pietà nel radere al suolo e sprofondare negli inferi la culla degli abomini insieme a tutti i suoi falsi sacerdoti e profeti. S. Giovanni nell’Apocalisse ha tutto predetto, e tutto si attuerà, stiamone certi!…

 
      Caro Direttore, a questo punto la saluto e le auguro un buon pranzo, magari con un buon piatto di pesce, ma… che non sia indigesto, mi raccomando!
              Buon appetito a tutti da Nonno Agostino e famiglia.
                                                                             Alla prossima.
 

Sulle orme di Guareschi...

Lo strano caso di nonno Agostino
di Nonno Agostino

Puntata 12

      

Grassetti, colori, parentesi quadre, sottolineature, corsivi
e quanto scritto nello spazio giallo sono generalmente della Redazione

       Caro direttore, colgo ancora una volta l’occasione di ringraziarla per la gentilezza che mi usa nel prendere parte alle mie vicissitudini familiari, sperando di non tediare eccessivamente lei ed i suoi illustri lettori.
       In un tardo pomeriggio estivo, prima della recita dei vespri, ero intento con i miei nipoti (Rocco per la verità era un po’ seccato, ma poiché mi vuole bene, pazientemente mi lasciava fare…) alla meditazione della Sacra Scrittura: in particolare riflettevo sulla storia di Giuseppe e dei suoi fratelli e sul come tanti mali ci vengano dalle persone a noi più vicine, insospettabili, animati da gelosie, invidie, rancori soppressi ma mai dimenticati. E ripensavo pure a Caino, ad Esaù, mentre la mia mente, o meglio, quello che resta di essa, mi riportava alla memoria il Salmo 40,10
       (Etenim homo pacis meae, in quo speravi, qui edebat panes meos magnificavit super me supplantationem, anche l'amico in cui confidavo, anche lui, che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno)
       ed il successivo Salmo 54,13-15
       (Quoniam si inimicus meus maledixisset mihi, sustinuissem utique. Et si is qui oderat me super me magna locutus fuisset, abscondissem me forsitan ab eo. Tu vero homo unanimis, dux meus, et notus meus; qui simul mecum dulces capiebas cibos, in domo Dei ambulavimus cum consensu. Se mi avesse insultato un nemico, l'avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto… ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa).        Niente di nuovo sotto il sole!…
 
       Passo al Nuovo Testamento, ma anche qui troviamo situazioni simili… Ascolti San Paolo, cosa dice nella lettera ai Galati: “A causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi…” (Gal, 4,4). E neanche San Giovanni scherzava quando nella sua prima lettera dice: “Di fatto ora molti anticristi sono apparsi. Da questo conosciamo che è l'ultima ora. Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma doveva rendersi manifesto che non tutti sono dei nostri…” (vv.18-19).  Ovvio è poi il riferimento a Giuda Iscariota in Matteo XIV, 20-21 ("Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito! Bene per quell'uomo se non fosse mai nato!").Su questa terribile condanna il mio pensiero vola a Martin Lutero, il monaco agostiniano apostata fondatore del protestantesimo che tante anime ha fatto staccare dalla Chiesa di Cristo, dimentiche di ciò che scriveva l’Apostolo delle genti: (Eb 13,8-9) “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine…”.
 
       Ed ecco che “de profundis” si scuote Rocco per farmi notare, con fare beffardo, che oggi la Chiesa conciliare “flirtra” (mah… che strano verbo!) con le confessioni cristiane in vista di una unificazione di chiese. Ma io gli faccio osservare che, come per i culti non cristiani, di cui abbiamo già accennato in altra conversazione, le cose non cambiano neanche nei rapporti tra il Cattolicesimo e le altre confessioni cristiane (o meglio, sedicenti tali), nonostante quel formidabile punto di unione che dovrebbe avere la divina figura di Gesù.
       – Qui, spiego a Rocco, all’insormontabile problema del primato del Papato di Roma, si è unito nel corso della Storia, tutta una serie di eresie gravissime che hanno causato da un lato, come contraccolpo, il rafforzamento dogmatico della Chiesa Cattolica e dall’altro soltanto la frantumazione delle chiese riformate in migliaia di confessioni religiose, alcune delle quali hanno assunto addirittura le caratteristiche di vere e proprie sette.
 
       In ogni caso sembra corretto, tralasciando per brevità tutti gli altri punti di attrito, limitare i motivi di contrasto tra la Chiesa Cattolica e le altre confessioni cristiane (oltre al già citato e non superabile problema del Primato papale e ad altri, pur importantissimi), soprattutto alle due tendenze eretiche contemporanee (già ai miei tempi se ne parlava sommessamente) secondo le quali la Messa non rappresenta più il Sacrificio della Croce, ma soltanto il suo “memoriale”, e la salvezza riguarda tutti gli uomini indistintamente in nome di una “cristificazione universale” (il “punto omega” di Teilhard de Chardin” –gesuita eretico, già interdetto prima del ribaltone conciliare, ma successivamente in gran rispolvero da parte dei mercenari e dei “pecoroni” apostati neomodernisti–).
 
       L’«universalità cristica» e della salvezza senza riconoscimento della divinità di Gesù e della sua Chiesa, è null’altro che una idea gnostica, secondo la quale il peccato originale non è stato commesso da Adamo, ma dal Dio dell’Antico Testamento che, creando il mondo materiale, ha costretto le fiammelle divine ad incarnarsi negli uomini, per cui essendo esse già parte di Dio, non hanno bisogno di alcuna redenzione e di nessun altro “artificio”, come i Sacramenti o il Sacrificio rinnovato incruentamente o devozioni varie, né dell’intercessione dei santi o della Santa Vergine. “L’insistere su questi due punti, da parte dei L/P…adri (inutile dirle che la “L” parte da sola ormai...) conciliari e postconciliari dimostra, come già prospettava lo zio Pierre, come sia in atto la marcia di avvicinamento degli innovatori neo-modernisti, o peggio progressisti, verso quelle tendenze e come la tattica necessaria al loro successo sia improntata ad un’abile manovra sottilmente silenziosa ma progressiva, diretta a mettere la massa dei fedeli davanti al fatto compiuto, senza che essa ne abbia alcuna consapevolezza.
 
       Ricordo ancora, e sempre a proposito dello zio Pierre (che abbiamo sempre considerato strampalato, ma che… forse aveva visto giusto…, solo che lui era un po’ più avanti nei tempi di noi “belli addormentati”…) che lui diceva: “nei rapporti tra Chiesa cattolica e le altre confessioni cristiane, la inutilità del dialogo dipende anche dal fatto che, in concreto, i pazienti nemici del Cattolicesimo (e… di tutti gli uomini, come dice l’Apostolo) attendono che la loro opera sia compiuta e che, decorso il naturale e necessario periodo di tempo, le suddette tendenze eretiche facciano il loro trionfale ingresso anche nell’assetto dottrinario della Chiesa Cattolica.
       Non a caso egli citava pure la lettera enciclica “Mortalium animos” di Pio IX che, a proposito delle riunioni ecumeniche che ai suoi tempi si svolgevano solo tra confessioni cristiane non cattoliche (non sapeva di essere ancora un fortunato… lui…), affermava: “… è evidente che la Sede Apostolica non può in nessuna maniera aderire o tener mano a simili tentativi; altrimenti viene a dare autorità ad una pretesa religione cristiana, che è lontana mille miglia dalla sola Chiesa di Cristo. Dovremmo poi patire che la verità, e la verità rivelata da Dio, sia tratta a compromessi? Sarebbe una ingiustizia palese. Ciò che è in giuoco nella faccenda è appunto la difesa della verità rivelata”.
 
       Per continuare, devo però spiegare a quel testone di Rocco e a Guendalina (e lo ricordo anche a me stesso e a qualche suo distratto lettore) in cosa consista la “dottrina della giustificazione” alla base della lacerazione luterana: in poche parole si può dire
 
       1) che per Lutero (lui che era un assassino –uccise in
 
duello un suo compagno di studi e poi a sua volta finì suicida, impiccatosi come Giuda! altro che santo dell’antichiesa conciliabolare!–) l’uomo, per natura essenzialmente corrotto, privo del libero arbitrio ed incapace di opere buone, può liberarsi dello stato di colpa solo attraverso la fede giustificante (ex sola fide), secondo un concetto rosacrociano (e Lutero era appunto un rosa+croce), di derivazione chiaramente gnostica;
 
       2) che il Concilio di Trento, reagendo a tale tesi, con il
 
decretum de justificazione” (composto di 16 capitoli e 33 canoni), riaffermò, invece, che “il peccato originale non determina nell’uomo l’estinzione del libero arbitrio, il quale, perciò, mosso e stimolato da Dio, coopera alla giustificazione e non resta assolutamente inerte né si comporta del tutto passivamente” (“nihil omnino agere mereque passive”).
 
       Molto semplicemente il contrasto abissale tra luteranesimo e Cattolicesimo sul tema della giustificazione è rispettivamente tra la tesi che l’uomo può salvarsi per mezzo della propria sola fede (ma in chi, nel pleroma o nell’“Ensof”?), e quella che la fede non è sufficiente perché l’uomo, dotato della facoltà di scegliere tra il bene ed il male (con il libero arbitrio), deve cooperare alla propria liberazione dal peccato originale e da quelli personali con le opere e con l’intervento di Dio, perché la “giustificazione non è soltanto remissione dei peccati, ma anche santificazione e rinnovamento interiore dell’uomo” (così il Concilio tridentino!).
       La dottrina della giustificazione, quindi, oltre che rendere inutili devozioni, pratiche di intercessioni varie, in particolare quella della Vergine, degli Angeli e dei Santi, sopprime il senso del peccato e di conseguenza rende inutile il Sacramento della penitenza e le indulgenze e consente di accostarsi all’Eucarestia in stato di peccato mortale; inoltre mette in discussione il decreto del Concilio di Trento, e quindi lo stesso dogma dell’Infallibilità papale.
 
       Subito torna alla carica Rocco che cita un documento pseudo-cattolico partorito dalla genialità “illuminata” dei soliti “Padri” (ma mi faccia il piacere!… avrebbe detto un comico… non ricordo come si chiamasse!... mi perdoni!): vediamo, ah! Unitatis redintegratio. Incredibile!… Tradimento!!!
 
       Ascolti, direttore:
       «Le stesse chiese e comunità separate [ossia le sètte eretiche e scismatiche] quantunque crediamo che abbiano delle carenze [ma no…!?!], nel mistero della salvezza non sono affatto prive di significato [hanno infatti un significato gnostico, dottrina del serpente primordiale!]. Poiché lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza [ma questa è una volgare blasfemia!]), il cui valore deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità che è stata affidata alla Chiesa Cattolica».
 
       Direttore, io non ci capisco più nulla! quindi lo Spirito di Cristo si divertirebbe a confondere, a seminare verità e baggianate varie (ma allora… questo è un altro spirito!).
       Inoltre la “Unitatis redintegratio” (forse meglio sarebbe stato intitolarla: “Catholica disintegratio”!… non le pare?), promuove direttamente le sètte eretiche e scismatiche (che, contrapponendosi all’unica vera Chiesa, sono vere e proprie “strutture di peccato”), le promuove a vere Chiese di Cristo, dispensatrici di grazia al pari della Chiesa Cattolica.
       La falsa dottrina di “Unitatis redintegratio” (mi perdoni, ma mò ci azzecca proprio… chi lo diceva?…) porta dunque a rinnegare trasversalmente –secondo l’abituale sinuosa tattica modernista (a detta sempre di zio Pierre che era un “fan” di S. Pio X!)– il dogma di fede che definisce la Chiesa Cattolica come “unica” Arca di salvezza.
 
       Prima del ribaltone tradimentino, nella “Mortalium animos” Pio XI ebbe a scrivere: “La Chiesa Cattolica possiede la pienezza del Cristo, e questa pienezza non deve perfezionarla ad opera delle altre confessioni”.
       La preghiera ecumenica poi, subito sbandierata da Rocco, è certamente importantissima, ma deve avere una retta intenzione, intenzione che è retta solo quando chiede la conversione per i fratelli erranti.
       Per ciò che riguarda la “comunicatio in sacris”, cioè la comunione di preghiere ed atti sacri…
       – “alla quale assistiamo vergognosamente anche ai giorni nostri” –aggiunge subito Guendalina!– essa è sempre stata assolutamente proibita: “nelle cose sacre non si può avere alcuna comunione con quelli che sono al di fuori della Chiesa”.
 
      Cari miei, i protestanti non sono nemmeno cristiani, e questo, purtroppo per loro, non lo dico io! Questo è l’insegnamento infallibile della Chiesa, come diceva sempre il “mio” Papa Eugenio Pacelli, Pio XII, ad esempio, in una allocuzione ai pellegrini irlandesi dell’8 ottobre del 1957: «Per essere cristiani bisogna essere cattolici romani. Chiunque deve riconoscere l'unicità della Chiesa di Cristo che è governata dal successore del principe degli Apostoli, che è il vescovo di Roma, il Vicario di Cristo sulla terra».
      E sentite il mio omonimo, il vescovo di Ippona, cosa dice nel sermone 267, n.4:
      “Così un uomo è veramente cristiano se cattolico, cioè finché vive nel corpo [mistico di Cristo]; ma tagliato un arto dal corpo (cosa che fa l’eretico), lo spirito non segue un membro amputato”.
      Ergo, miei cari, cristiani sono solo i cattolici romani, gli altri, amputati, sono rami secchi, senza linfa vitale, buoni per essere bruciati nel fuoco. Ubi Petrus…dove c’è Pietro c'è la Chiesa, dove c’è la Chiesa governata da Pietro c’è la linfa vitale dell’albero divino, non c’è morte, ma vita eterna... Anche se molti si definiscono o si autoproclamano cristiani solo perché si riferiscono ad una entità astratta immaginaria e senza rappresentazione umana in Pietro, in realtà usurpano questo nome e non hanno alcuna ricompensa!
 
       Ma, direttore, e questo lo dico solo a lei, qui c’è sempre, ne sono sicuro, lo zampino di Rocco che ha architettato la solita “macchietta”, un po’ per farmi ridere, un po’ per burla, inventandosi un documento, (così lui lo chiama) che certo non può essere della Chiesa Cattolica, pieno di cose strampalate ed assurde… certo che l’ha fatta proprio grossa questa volta, e questo la dice lunga purtroppo sulla sua qualità di cristiano! Ah se lo sentisse lo zio Tommaso! gliene darebbe di legnate sul groppone!
 
       Ma ritornando alla Parola di Dio, e chiudo, mi viene subito alla mente:
       “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può Salvarlo” (Gc 2,14)”.
       
“Se possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla” (1Cor 13,2): la fede senza carità è nulla, e quindi da sola salva solo gli illusi, ignoranti e in mala fede!!!
 
       Mi consenta ancora due brevi citazioni bibliche, giusto per far capire all’inebetito Rocco che le mie non sono considerazioni personali, ancora da S. Paolo:
       « Non già che esista un altro Vangelo, ma ci sono eretici che pretendono di stravolgere la verità! Se un Angelo dal cielo venisse ad annunciare un Vangelo diverso da quello da Me annunciato, sia anatema!.. ». (Gal 1,7-8).
       L’Apostolo della carità, S. Giovanni, è duro come non mai in quest’altro passo, leggiamolo insieme:
        “Chi va oltre e non si attiene alla dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio. Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo; poiché chi lo saluta partecipa alle sue opere perverse” (2Gv 9-11).
       Se sbaglio e dico sciocco, caro direttore, non mi saluti più, perché anche lei parteciperebbe alle opere perverse del satanasso!!!
 
       Arrivederci… si è fatta sera, e andiamo tutti a cena… Genoveffa ci ha preparato sicuramente qualcosa di buono… si sente un profumino!… buon appetito a tutti!
 
       Saluti affettuosissimi a lei e ai suoi lettori.

 
Nonno Agostino
 
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