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Giovanni Paolo II è santo? 
VIª Puntata

Ecco come ti confeziono il miracolo
di S.P.

Su fondo verdino riportiamo quanto scritto nel Settimanale VISTO, n. 47 del 24-11-06.

 
Su fondo giallo riportiamo le nostre osservazioni. Grassetti, colori, parentesi quadre, salti di testo indicate con (...) e sottolineature sono nostre.

IO, SACERDOTE, FUI GUARITO DA WOJTYLA

La testimonianza di don Alessandro Overa: «Avevo un tumore, soffrivo molto. Il Papa pregò per me e il mio male subito scomparve»

di Francesco Cordella

Fonte: DIPIÙ, n. 17, 2 Maggio. 2005, pagg. 54-57

       Un prete che "indirizza le sue preghiere a Wojtyla"! finché lo fa un povero fedele qualunque, possiamo sperare nella sua ignoranza e buona fede, ma quando è un prete a farlo ne rimaniamo scandalizzati e sospettosi. Qui poi ci troviamo di fronte a un miracolo fatto per intercessione di non si sa chi (se del Papa o di Don Bruno Forte), dato per tale con una frettolosa imprudenza che non tiene conto della precedente esperienza. Prima infatti era successo che era sembrato guarito, ma dopo CINQUE anni il tumore si era ripresentato: perché ora non hanno aspettato almeno altri cinque anni per vedere se il tumore si sarebbe ripresentato? perché, dopo appena un solo anno, gridano già al miracolo? Cui prodest?

S.P.

        Napoli, aprile

       Avevo un tumore, in molti momenti ho pensato di non farcela, sono stato malissimo. Poi, papa Giovanni Paolo II ha pregato per me e poco dopo sono guarito. Una guarigione immediata: il mio tumore è sparito da un giorno all'altro». Parla così don Alessandro Overa, 37 anni, sacerdote nella parrocchia di Santa Maria della Purità a Napoli. La sua è la storia di un altro miracolo di Karol Wojtyla: la vicenda di una lunga sofferenza che si è conclusa con un eccezionale lieto fine, lasciando sorpresi i medici che lo hanno avuto in cura.

 

 

 

       Un altro miracolo di Giovanni Paolo II, quindi, che questa volta coinvolge un uomo di chiesa, don Alessandro, arricchendo il dossier del Vaticano in cui sono raccolte le segnalazioni di guarigioni prodigiose avvenute per intercessione del Pontefice. «So per certo», conferma il sacerdote napoletano «che la mia storia è nota in Vaticano [1] e può contribuire al processo di canonizzazione di Wojtyla».
      Dopo tanta sofferenza, adesso don Alessandro dice di sentirsi un uomo diverso: «II dolore e la paura per la malattia mi hanno cambiato. Ora aiuto con uno spirito più forte i fedeli della mia parrocchia che mi chiedono un conforto».
      Ma andiamo con ordine e ripercorriamo dall'inizio la storia emozionante di don Alessandro.
      Lasciamo la parola a lui.

 

 

 

 

[1] Qual è il motivo di tanta certezza? Non è che questo miracolo è stato preconfezionato in Vaticano?

       «Innanzitutto, devo dire che ho sempre [2] avuto una speciale devozione per papa Wojtyla, anche perché è il Pontefice che mi ha accompagnato nel mio percorso verso il sacerdozio. Negli anni Novanta, al seminario, ebbi anche la fortuna di incontrarlo, durante una sua visita a Napoli: un giorno speciale per me, anche se all'epoca non potevo immaginare quello che lui, in persona, avrebbe fatto per me».
       «La vicenda della mia malattia cominciò nel 1998. Ero sacerdote da due anni, felice di servire Dio. Ma un giorno ebbi la terribile notizia: mi fu diagnosticato un tumore. Fui preso dallo sconforto, ma decisi di non cercare aiuto morale dai miei genitori, non volevo che stessero in pena per me, tanto più che mia mamma, all'epoca, era ricoverata in ospedale, pure lei affetta da un brutto male: anche mia madre aveva un tumore. E non era il caso di aggiungere il mio dramma al suo. Mi affidai, invece, alle preghiere, rivolte soprattutto al Santo Padre [3]. In fondo al cuore, sentivo che ce l'avrei fatta a guarire. E infatti, andò tutto bene: il tumore fu asportato con successo [4] e i medici mi dissero che non avrei avuto più problemi. Poi, qualche tempo dopo, anche mia mamma guarì. Insomma, le mie preghiere e la bravura dei medici avevano avuto la meglio. Sembrava tutto finito. Ma mi sbagliavo: il vero calvario doveva ancora iniziare». «Cinque anni dopo, nel gennaio 2003, sentii un dolore fortissimo al basso ventre. Corsi dai medici che mi diedero, ancora una volta, una terribile notizia: avevo un altro tumore, forse [5]  conseguenza del primo. Ma la situazione era più grave: e infatti, soffrii molto. Evitando, anche questa volta, di parlarne con i miei genitori. Per mesi ebbi forti dolori, così forti che a volte non riuscivo neppure ad andare in parrocchia. In quel periodo, girai molti ospedali, in tutta Italia, ma le risposte dei medici non erano mai troppo confortanti. Intanto, continuavo a pregare, come sempre, indirizzando le mie preghiere a Wojtyla. [6] La situazione, però, non migliorava. Assunsi farmaci oppiacei, per lenire il dolore e l'eccessivo uso di questi farmaci mi procurò una epatite. Insomma, stavo sempre peggio».
      

 

[2] Sempre, da quando? Strano che un prete parli di "devozione" riferendola ad un uomo: possiamo capire l'attaccamento, ma non la "devozione". Un prete sa (o almeno dovrebbe sapere) cosa è "devozione".

 

 

 

 

 

[3] Le preghiere vanno rivolte a Dio, agli Angeli, ai Santi, ma non al Papa: un sacerdote questo dovrebbe saperlo: pregare un uomo sa d'irreligione, di paganesimo... di peccato!

[4] Se "il tumore fu asportato con successo", il miracolo non c'entra. C'entra l'operazione, la bravura del medico, ma non il miracolo né tantomeno GPII.


[5] "Forse", niente di certo quindi, ma il dubbio esclude un possibile "miracolo" precedente.

 


[6] E dai! Errare humanum est, perseverare diabolicum! Qui addirittura il Papa diventa soltanto un Wojtyla.

        «In quel periodo di grande sofferenza, un giorno venne a trovarmi don Bruno Forte [7], mio amico, adesso arcivescovo a Chieti. Mi disse: "Nei prossimi giorni incontrerò il Papa e gli parlerò di te". Così fece: don Bruno raccontò al Pontefice la mia storia. Dopo averla ascoltata il Pontefice gli disse: "Faccia sapere a don Alessandro che pregherò per lui". Quando don Bruno tornò da me [8] e mi riferì quello che aveva detto il Papa, il mio cuore si riempì di gioia. E quel giorno ci fu il primo evento straordinario: i dolori che tanto mi tormentavano sparirono di colpo».
      «Poi, mi sottoposi a una Tac. Dentro di me, sentivo che qualcosa di bello era successo. E infatti il risultato delle analisi fu sorprendente, anche per i medici. Ci fu, dunque, il secondo evento straordinario della mia vicenda, quello decisivo: le macchioline che prima erano evidenti non si vedevano più. Dopo le preghiere del Papa [9], insomma, il tumore era sparito. Dopo 1'intercessione [10]  di Wojtyla, ero guarito, e in modo inatteso. Mi sentii rinato e allora sì raccontai tutto ai miei genitori: ciò che mi era successo aveva del prodigioso».

 

[7] Infelice altra nostra conoscenza, il negatore del Limbo, ma, si sa, similis cum similibus... Però è possibile che i miracoli vengano da gente simile?!

 

[8] Attenzione, i dolori scompaiono "di colpo" quando Don Bruno torna dal prete ammalato, non quando il Papa prega! E dopo quando tempo Don Bruno torna dall'ammalato? E se la guarigione è connessa al ritorno di Don Bruno, non potrebbe significare che il miracolo l'ha fatto proprio Don Bruno, e non GPII?


[9] Poco più su aveva detto diversamente.

[10] Ecco finalmente un termine azzecato!

      «Poi, sentii il desiderio d'incontrare Sua Santità. Ma seppi da don Bruno che lo stesso Pontefice, al corrente di quanto era accaduto, mi aveva invitato in Vaticano [11]. Andai a Roma, ma purtroppo non riuscii a vederlo a causa di un suo impegno improvviso. Incontrai però don Stanislao, il suo segretario. Lui ascoltò la storia della mia guarigione e mi disse: "Non meravigliarti, altre volte sono avvenuti fatti simili"». [12]

 

[11] Davvero strano! Perché il Papa taumaturgo vuole incontrare il suo beneficato? per averne un grazie? per dirgli quanto era stato bravo? o semplicemente per verificare di persona che tutto fosse andato a posto? Ma un santo non dovrebbe essere più umile e cercare il nascondimento?

[12] Ma anche negli altri "fatti simili" il Papa aveva voluto incontrare i suoi miracolati?

        «Ancora adesso, a distanza di un anno [13], sento queste parole risuonare dentro di me. Sono un uomo diverso, più ricco dentro. E continuo a pregare il Papa: l'uomo che ha dato un altro corso al mio destino».

Francesco Cordella
 
[13] Ma la precedente esperienza non dovrebbe consigliare il "miracolato" ad una maggiore prudenza, aspettando magari altri cinque anni (il 2008) per vedere se il tumore non si ripresenta ancora una terza volta? Come fa ad essere tanto sicuro, dopo appena un anno di distanza? O il motivo dell'imprudenza è la fretta di santificare "subito" GPII?
Vedi le altre Puntate:  _I_,   _II_,    III ,    _IV_ ,   V,   VII,   VIII,   IX
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