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Card. Joseph Mindszenty
MARTIRE DEI COMUNISTI
"L'intrepido Pastore Card. Joseph Mindszenty"
di Kevin Grant
(estratto da L'ECO DELL'AMORE, n. 5, luglio 1986)

Fonte: http://www.floscarmeli.org
Segnalato da: Centro Studi G. Federici

Sempre nell'ambito della celebrazione del 50° anniversario della rivoluzione ungherese contro il disumano e barbaro regime comunista, doverosamente ricordiamo una delle più fulgide figure della Chiesa del Silenzio, il Card. Mindszenty, martirizzato dai comunisti e dal Vaticano conciliare e peccaminosamente ecumenista.
       A tutti l'eroico e indomito Card. ricorda la pericolosità del comunismo e che "La storia del bolscevismo mostra chiaramente che la Chiesa non può fare concessioni nella speranza che il regime in cambio smetta la sua persecuzione. Questa nasce e si sviluppa necessariamente dalla natura intrinseca della sua ideologia...".

La Redazione

Grassetti, colori, parentesi quadre, sottolineature, corsivi
e quanto scritto nello spazio giallo sono generalmente della Redazion


L'intrepido Pastore Card. Joseph Mindszenty
1892-1975


Introduzione

di Werenfried van Straten, o. prem.

Cari amici,

Nella storia della Chiesa è difficile trovare un'epoca in cui i martiri sono stati così sistematicamente ignorati come oggi.
    
Ciò non è conforme allo spirito della Chiesa. In quale modo commovente viene raccontata nel Vangelo l' esecuzione di San Giovanni Battista! Come sono stati accuratamente descritti negli Atti degli Apostoli il martirio di San Stefano e la persecuzione dei primi discepoli di Gesù! I primi cristiani erano pieni di ammirazione e di rispetto per i loro fratelli perseguitati a causa di Cristo. La Santa Eucaristia veniva celebrata sui loro sepolcri anche per sottolineare l'unione spirituale con il loro sacrifico. Di questa unione ci sono ora solo poche tracce.
     Anche se la Chiesa da quasi settant'anni soffre di una persecuzione più vasta, più raffinata e più crudele di qualsiasi altra del passato, molti ritengono segno d'intolleranza il denunciarla.
     Nella nostra epoca di falso pacifismo, dal momento che l'Occidente decadente preferisce vivere in pace con assassini e tiranni piuttosto che con Dio, il lamento dei perseguitati turba la quiete degli uomini d'affari e l'attività dei diplomatici. Per questo la persecuzione religiosa viene soffocata nel silenzio.
    
Forse nessuno dei nostri contemporanei ha sofferto tanto per questo scandalo come il Cardinale Mindszenty. E' stato condotto per una Via Crucis che finora pochi altri hanno dovuto percorrere. Egli l'ha percorsa con fedeltà esemplare, senza odio verso i suoi persecutori, ma anche senza cedimenti laddove il compromesso o la fuga avrebbero potuto rendergli più facile la vita. Ha seguito fedelmente il Signore. Poiché là dove era Cristo, doveva essere anche il Suo servo.
     Lo schizzo biografico che Kevin Grant ha tracciato in questo opuscolo, mette in evidenza come il Cardinale Mindszenty ha sofferto non solo per l'odio dei nemici di Dio, ma anche per la durezza di cuore di falsi fratelli e per gli errori di amici ben intenzionati.
     Il rimprovero di Cristo: "Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono stati inviati" vale, nel caso di Mindszenty, anche per la Chiesa di oggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     Egli soffrì soprattutto per la decisione di Paolo VI, a lui incomprensibile, di dichiarare vacante la sede arcivescovile di Esztergom nella speranza di alleviare così le sofferenze della Chiesa perseguitata in Ungheria (1). Il fatto che egli non si sia ribellato a questa decisione, ma abbia accettato la croce impostagli da colui dal quale mai se la sarebbe aspettata, dal punto di vista della fede fu il coronamento della sua vita eroica. Il suo destino amaro ci ricorda che tutti gli sforzi per salvare la Chiesa minacciata rimangono sterili senza la silenziosa Via Crucis di martiri ignorati e le suppliche di oranti sconosciuti. Da costoro la Chiesa attinge sempre nuova forza vitale. Cosi, quel che accadde al Cardinale, si manifesterà un giorno come la vittoria della Croce. Ecco perché il Signore lo ha permesso.
     Gesù Cristo e tutti i martiri che hanno condiviso il Suo destino, hanno preceduto il Cardinale sulla difficile via che egli scelse liberamente. E' la via dei santi di tutti i tempi. Essi sono privati dei loro diritti esattamente come il Figlio di Dio, che assunse la condizione di servo e si fece obbediente fino alla morte di croce. Questa croce dell'obbedienza è la legge fondamentale del cristianesimo. Il fatto che un gigante della storia ecclesiastica come il Cardinale Mindszenty si sia sottoposto umilmente a questa legge, è un segno di grande santità e un esempio per tutti noi.
     Possa questa biografia farci inchinare, pieni di rispetto, di fronte ai fratelli perseguitati che più degli altri sono tempio dello Spirito Santo, e farci ricordare l'eroico Pastore che è già entrato nella storia della Chiesa del silenzio come martire, e nella Chiesa della "autodistruzione" quale testimone scomodo. Il suo esempio ci sia di stimolo ad una sempre maggiore generosità per la Chiesa che soffre.

 

 

(1) Ci consenta il generoso Werenfried van Straten di non credere affatto ad una tale speranza, infatti non si tradisce per alleviare le sofferenze della Chiesa.
Capitolo I
L'ascesa: cinquantasei anni

     E' il 26 dicembre 1948. Sulla residenza del Primate d'Ungheria ad Esztergom scende la notte. Il Cardinale Josef Mindszenty sta pregando. Improvvisamente si spalanca la porta. Un colonnello di polizia, di nome Decsi, si precipita nella stanza, alle sue spalle premono gli sgherri: "Sei in arresto". Il Cardinale chiede il mandato. "Non ne abbiamo bisogno", rispondono ridendo con scherno.
     Lo afferrano, lo portano via e lo trascinano in un'auto con le tendine abbassate.
     Più tardi scriverà: "Cercai di recitare il rosario. Non ci riuscii. Mi venivano in mente solo le parole della Scrittura: "Questa è la vostra ora, e l'impero delle tenebre".
     Josef Mindszenty nacque il 29 marzo 1892 a Mindszent.
     In origine il suo cognome era Pehm. Per protesta contro i nazisti, nel 1941 egli abbandonò il cognome germanico e si chiamò da allora con quello della sua città natale.
     L'influsso di sua madre su tutta la sua vita fu grande. L'amore di lei fu per lui un forte sostegno nelle ore più amare della sua


La sua casa natale a Mindszent

     Egli crebbe al ginnasio dei Premostratensi a Szombathely. Per poco non dovette abbandonare gli studi quando morì suo fratello minore. I genitori desideravano che egli si occupasse del podere. Cambiarono idea. Josef entrò nel seminario di Szombathely.
     Lo studio e la vita del giovane seminarista erano cosi esemplari che il suo Vescovo, Mons. Janos Mikes, voleva mandarlo al Collegio Pazmaneum a Vienna. Egli convinse il suo Vescovo che era meglio se rimaneva in Ungheria. E vi rimase.
     Il Vescovo, che poi mori d'infarto nel 1945 difendendo delle donne dai soldati russi, lo ordinò sacerdote il 12 giugno 1945.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     Il ministero sacerdotale era per Josef fonte della più profonda gioia. La sua prima parrocchia fu a Felsopathy. Il parroco gli insegnò il servizio e l'amore a poveri e ricchi (2), e notò ben presto le eccellenti doti di predicatore del giovane cappellano.
     Dopo diciotto mesi fu inviato come insegnante di religione nella scuola statale di Zalaegerszeg.
     Nell'ottobre 1918, dopo il crollo della monarchia austro-ungarica, andò al potere un governo rivoluzionario capeggiato da Mihaly Karoly.
     Nel febbraio 1919, il giovane sacerdote venne arrestato e cacciato da Zalaegerszeg.
     Nel marzo seguente presero il potere i comunisti di Bela Kun. Seguì uno spaventoso regime di terrore. Mindszenty fu nuovamente arrestato.
     Fortunatamente questa dittatura crollò presto e l'insegnante di religione poté tornare a Zalaegerszeg come parroco nell'agosto 1919.      Soccorreva dove poteva ai bisogni materiali e spirituali. Dopo poco tempo, conosceva per nome tutti i cattolici della città. Fece costruire chiese, case parrocchiali, scuole.
     Nel 1924 venne nominato abate titolare e nel 1937 prelato pontificio.
     Quando nel 1944 la Germania occupò l'Ungheria, egli ormai era noto come deciso oppositore dei nazisti. Considerava la politica come un male necessario nella vita di un sacerdote, laddove essa distruggeva altari e metteva le anime in pericolo.
     Il 4 marzo 1944 il Papa lo nominò vescovo di Veszprem. Vi giunse dieci giorni dopo che i nazisti avevano occupato la città.
     Nell'estate combatté a fianco degli altri vescovi ungheresi per la vita degli Ebrei. Molti furono salvati.
     Nonostante i disordini della guerra, il nuovo vescovo si dedicò totalmente ai suoi doveri pastorali. Si adoperò per organizzare giornate dl ritiro ed esercizi spirituali per i sacerdoti, appoggiò l'apostolato dei laici, promosse visite domiciliari e l'assistenza agli ammalati e moribondi, creò nuove parrocchie e costruì nuove scuole.
     Più grandi sofferenze aspettavano il Paese. Tentativi segreti di far uscire l'Ungheria dalla guerra nell'autunno 1944 fallirono.
     L'Armata Rossa marciò su Budapest. I saccheggi e le violenze spinsero migliaia di persone verso l'occidente. In un memorandum il escovo Mindszenty chiese al governo di impedire che l'Ungheria occidentale, fino a quel momento non distrutta, iventasse campo di battaglia fra russi che avanzavano e tedeschi in ritirata. Invano. La risposta del governo fu il suo arresto. Rimase in prigione finché i suoi carcerieri non fuggirono davanti ai sovietici. Alcuni fedelissimi rimasero accanto a lui. Fra loro c'erano i sacerdoti Tibor Meszaros, che in esilio fu suo segretario, e Laszio Lekai, oggi suo successore come Primate e Cardinale.
     Rischiavano la vita: il vecchio vescovo Mikes morì d'infarto e il vescovo Apor fu assassinato mentre tentava di difendere delle donne ungheresi dalla violenza.
     Indebolito dalla prigionia, Mindszenty tornò a Veszprem. Lo stato della città distrutta era indescrivible. Ovunque l'Armata Rossa aveva saccheggiato, distrutto, violentato giovani, ragazzine e vecchie.
     Il 29 marzo 1945 era morto l'anziano Cardinale Primate Seredi e il Papa nominò ora lui, il più giovane vescovo d'Ungheria, come successore.
     Intanto il nunzio era stato espulso dal paese.
    La guerra dei comunisti contro la Chiesa cattolica era iniziata. Continua ancora oggi. Una forte tempesta infuriava sul duomo di Esztergom, danneggiato dalla guerra, quando il nuovo Primate venne insediato il 7 ottobre 1945.


1945: Arcivescovo di Esztergom e Primate di Ungheria

"Voglio essere un buon pastore", disse "un pastore che in caso di necessità dà la vita per il suo gregge, la sua Chiesa e la sua patria".
     Organizzò rapidamente un'azione di soccorso contro la fame; andò a Roma e chiese aiuto a Pio XII. Cibo e vestiario arrivavano dagli USA, ma ben presto i comunisti bloccarono la corrente della provvidenziale carità.
     Al tempo stesso il Primate si preoccupava di proteggere e difendere le decine di migliaia di persone crudelmente stipate nei campi di concentramento, esposte all'arbitrio dei comunisti.
     Andava nei campi e nelle carceri e molti prigionieri piangevano quando li benediceva. Ma anche queste visite vennero proibite non appena Imre Nagy fu sostituito da Laszio Rajk nella carica di ministro degli interni.
     La repressione delle attività ecclesiali fu rafforzata. I comunisti non tolleravano praticamente alcuna attività sociale o caritativa. Si infiltravano nella Chiesa, censuravano giornali e libri, sottoponevano le scuole a crescente pressione. I poliziotti perquisivano banchi e cartelle, costringevano gli scolari a denunciare i loro insegnanti e "trovavano" armi.
     Per contrastare questi metodi, il Cardinale istituì un'associazione di genitori. Ci vollero ben tre anni prima che i comunisti osassero nazionalizzare le scuole. Quando ciò accadde, il 18 giugno 1948, in tutte le chiese dell'Ungheria le campane suonarono in segno di protesta.


La cattedrale di Esztergom

       Il Primate combatteva con i suoi mezzi.
     In una lettera pastorale famosa, condannò l'evacuazione e l'espulsione dei Tedeschi dall'Ungheria. I Tedeschi, grati, non l'hanno mai dimenticato.
     Nonostante i sovvertimenti politici, il cardinale Mindszenty rimaneva sempre il pastore buono. Egli divise le vastissime parrocchie di Budapest, inviò giovani sacerdoti nelle parrocchie più piccole ed egli stesso compi molte visite pastorali. La vita spirituale della città dissanguata si rianimava. Il 5 maggio 1946 centomila persone andarono in pellegrinaggio con il loro Arcivescovo al Santuario di Mariaremete.      Nei 39 mesi di attività come Primate -fino al suo arresto- scrisse 23 lettere pastorali e visse in modo ascetico per condividere le privazioni della popolazione.
     Il giorno dell'Assunta del 1947 indisse un anno mariano; 4,6 milioni di persone presero parte alle celebrazioni. I comunisti impazzivano dalla rabbia. Disturbavano le messe, provocavano disordini, pretendevano il ritiro di alcuni sacerdoti e laici in vista, calunniavano il Primate sui massmedia e infiltravano spie nel suo ambiente. Spinsero sacerdoti deboli, precursori dei cosiddetti sacerdoti per la pace, a chiedere le sue dimissioni.

(2) Solo certi ammalati di classismo pregano e servono per i poveri soltanto, dimentichi che anche per i ricchi Gesù si fece ammazzare, che anche i ricchi hanno un'anima da salvare.

     Ma il Papa (3) appoggiava fermamente il suo cardinale.
     Nonostante terrore e inganni alle elezioni del novembre 1945, i comunisti ottennero solo il 17% dei voti, e solo il 22% nell'agosto del 1947. Tuttavia, essi costituivano, con cento deputati, il gruppo più forte in parlamento. La copertura dell'Armata Rossa alle spalle lasciava loro sufficiente spazio per qualsiasi arbitrio.
     Rakosi attaccò quindi il Cardinale più violentemente che mai. Sotto la sottana dei sacerdoti e la veste talare del Cardinale si sarebbero nascosti "spie, traditori, contrabbandieri di valuta e fascisti".
     La gente veniva costretta a domandare "lavoro, pane ed un cappio per Mindszenty".
     Egli rimase coraggioso ed impavido. Più di trentamila persone lo accompagnarono nel suo ultimo pellegrinaggio a Paloszentkut il 10 ottobre 1948.
     Ma la sentenza contro di lui era già stata pronunciata. I comunisti dapprima presero il suo sfortunato segretario, Andras Zakar, e lo sottoposero al lavaggio del cervello, sperando che il Cardinale fuggisse.      Ma egli rimase.
     Il 16 dicembre si congedò dai vescovi e li scongiurò di non sottoscrivere in nessun caso un accordo con i comunisti: "In uno Stato ateistico, una Chiesa che non rimanga indipendente può svolgere solo la parte della schiava".
     Il 26 dicembre il famigerato tenente colonnello Decsi guidò i suoi sgherri nella casa del Cardinale. Con lui c'era Andras Zakar, un uomo distrutto, con un sorriso da ebete, ridotto alla demenza. L'ora delle tenebre era giunta.

 

 

(3) Pio XII, ovviamente.

''... Le persone intorno a me urlavano ridendo, alla
fine mi spogliarono... Mi diedero la veste
variopinta di un clown orientale"
(Memorie).
Questo fu il momento più umiliante nella vita del Cardinale, ma anche l'abisso di malvagità di Janos Kadar, allora Ministro dell'interno, una marionetta sotto la cui responsabilità venne compiuto questo oltraggio; però, perfino nel circo il clown ha più valore della marionetta!

Capitolo II
Distruzione: trentanove giorni

Trascinano la loro vittima al numero 60 di Via Andrassy a Budapest, una casa che era già servita alla GESTAPO come luogo delle torture.
     A capo del sistema comunista del terrore è il tenente generale Gabor Peter, un mostro sadico che assiste di persona alle torture, a cominciare dai colpi di manganello e di calcio di fucile sulle reni fino ad infilare aghi sotto le unghie delle dita. Egli vive ancora oggi da qualche parte a Budapest, senza indicazione del cognome sull'ingresso.
     In un seminterrato freddo e umido, un maggiore di polizia e uno stupido agente della polizia afferrano il Cardinale e, dinanzi a un gruppo che scoppiava in risate, lo spogliano completamente e gli danno le vesti di un clown orientale.
     "Cane, quanto abbiamo atteso questo momento!"
grugnisce il sordido maggiore.
     Poi lo conducono in una stretta cella dove si trova un vecchio divano sfondato. Ma non lo lasciano dormire neppure un istante. Gli parlano in modo rozzo, osceno e volgare.
     Verso le undici di sera viene trascinato davanti a Decsi per il primo interrogatorio.
     Prima domanda:
     -Perché sei diventato un nemico del tuo Paese?
     La sua risposta viene subito troncata:
     -Gli accusati qui devono confessare quello che noi vogliamo e come noi vogliamo -urla Decsi, che oggi è un alto funzionario nel settore della cultura-.
     Alle tre di notte riportano il Cardinale nella sua cella e gli ordinano di svestirsi. Egli si oppone. Lo spogliano con la violenza. Un individuo gigantesco in uniforme da tenente avanza e colpisce selvaggiamente il corpo nudo con uno sfollagente. Il Cardinale geme sotto i colpi che sembrano non voler più finire e perde conoscenza. Quando rinviene, pretendono che firmi una confessione. Egli rifiuta. "Portatelo di nuovo!" E giù altre botte. Di nuovo la richiesta di una confessione. E ancora un rifiuto. Lo spogliano nuovamente e lo picchiano, mentre gli altri lo scherniscono e deridono. Ma egli continua a rifiutare.
     Lo riportano in cella. Si fa giorno. Per un'intera notte è riuscito a resistere. Ma sa che prima o poi tutti crollano sotto queste torture. Anche le sole minacce o un assaggio di tutto ciò hanno fatto già di molti delle spie o degli informatori.
     In questa prima giornata rifiuta come può cibo e "medicamenti". Cerca dl pregare. Nel corpo, nervi e ossa e anima, sperimenta la terribile violenza del bolscevismo che grava sulla nazione. Lo riempie una profonda preoccupazione per la gioventù.
     Ogniqualvolta i suoi torturatori credono che egli preghi, erompono in espressioni oscene. Ma il Primate rivolge il suo cuore a Maria, patrona dell'Ungheria.
     Alle undici di sera ricominciano, con ridicoli rimproveri ed accuse di alto tradimento e attività rivoluzionari. Di nuovo Dessi tronca le parole al Cardinale quando questi vuole difendersi. E nuovamente il Primate viene martoriato con lo sfollagente. Egli stesso non sa dove trovi la forza di rinnovare il suo no.
     Accuse, botte, l'ordine di firmare, il no detto con le ultime forze, di nuovo per tutta una notte.
     Gli lasciano del pane e vino, può celebrare la Messa due volte -una pausa tattica-  ma lo scopo rimane immutato.
     Chiede di vedere il comandante, Gabor Peter, che lo minaccia di ancor maggiori torture se non cede.
     Il ministro degli interni, Janos Kadar, oggi segretario generale del partito e capo dello stato, già annuncia alla stampa che il Cardinale avrebbe confessato di essere autore di congiure, azioni di spionaggio e speculazioni valutarie. Così Kadar edificava su menzogne, torture e morte il "modello ungherese", tanto lodato anche in occidente.
     Il crudele alternarsi di torture ed interrogatori dura 39 giorni e notti. Una volta viene costretto a correre nudo per la stanza per evitare coltellate e colpi di sfollagente. Essi minacciano di farlo comparire davanti a sua madre in questo stato.
     Alla fine egli crolla, fa i nomi di persone defunte o fuggite e scrive accanto alla sua firma "c.f." (coactus feci, firmato perché costretto). La memoria lo abbandona, non sa più cosa fa. Gli presentano il suo segretario martoriato e altri sacerdoti.
     Completano l'allucinante e crudele procedimento con lettere contraffate. Il falsificatore sarebbe ben presto fuggito negli Stati Uniti e là avrebbe raccontato la verità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

     In quei 39 giorni e notti i boia e gli aguzzini comunisti spezzarono una delle più nobili figure delle Chiesa (4).


Pio XII, il suo più forte difensore

 

 

(4) Ma ottengono dei risultati di nessun valore giuridico: il tutto dimostra il loro totale e assoluto fallimento, mentre la vittoria, quella vera, rimane di colui che solo apparentemente  è stato sconfitto. "Devictus vincit".

Capitolo III
Il "Processo": tre giorni

     13 febbraio 1949 gli aguzzini conducono il Cardinale in tribunale, isolato in mezzo a molti imputati messi insieme per accreditare l'idea di una congiura.
     Hanno rasato per bene la loro vittima, gli hanno fatto indossare un abito nuovo e gli hanno rimesso al dito l'anello vescovile. Giudice, avvocato e soprattutto il difensore, Kalman Kiczko, un presunto "buon cattolico", recitano la loro parte ben studiata in precedenza in tutti i dettagli.
     Un processo-farsa perfetto come ci si può aspettare da Stalin e Rakosi.
     Più tardi il Cardinale ricorderà che davanti alla corte non fu fatta una sola domanda tale da portare alla luce la verità.
     Il Primate distrutto è seduto sul banco degli imputati, lo sguardo vuoto e la voce tremante. La polizia non gli ha fatto nulla di male, dice.      Il suo difensore completa diligentemente dicendo che il Cardinale avrebbe avuto tutte le possibilità di difendersi in Via Andrassy. Poi chiede per lui "solo" l'ergastolo. Gli si risparmi l'esecuzione.
     La corte accoglie questa "preghiera", come se la sentenza non fosse stata già stabilita da mesi. L'intero processo durò solo tre giorni, che tuttavia bastarono alle cinghie di trasmissione della stampa comunista per mettere alla gogna il Primate fino a tutt'ora.
     Ma il più forte sostenitore del Cardinale, Pio XII, lo difese davanti a tutto il mondo. Scrisse ai vescovi ungheresi, si rivolse pubblicamente al collegio cardinalizio, ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede e ai fedeli in Piazza S. Pietro. Smascherò la giustizia marxista: "La persecuzione del nostro figlio diletto... la nefandezza dei persecutori e la brutalità con cui egli viene tenuto lontano dalla sua sede vescovile ci riempiono di profonda preoccupazione". E ancora: "Gli odierni persecutori della Chiesa sono i successori di Nerone. Lo Stato totalitario e antireligioso pretende una Chiesa che, per essere riconosciuta e tollerata, taccia là dove dovrebbe parlare... Può il Papa tacere quando questo Stato scioglie arbitrariamente delle diocesi, destituisce vescovi e limita l'attività della Chiesa così che qualsiasi lavoro apostolico diventa inefficace?" (5)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


(5) Del tutto diverso è il discorso fatto dai successori di Pio XII, in nome dell'ostpolitik prima e dell'ecumenismo poi: il discorso del padre che tradisce i suoi figli migliori, ottenendone in cambio solo vergogna e profondo disprezzo da parte del nemico.

     Il mondo libero ascoltò la sua voce e ne condivise lo sdegno senza badare alle pesanti bordate di insulti provenienti da Mosca.
     Rakosi con un inganno si fece fotografare insieme al vicario generale di Budapest, Bela Wik. Le didascalie delle foto parlavano di "eccellenti" rapporti tra Chiesa e Stato. A quell'epoca però, il mondo libero era all'erta e si rese conto della necessità di difenderei dal comunismo, se non voleva subire un giorno la sorte degli stati satelliti sovietici. In seguito, purtroppo, si è nuovamente addormentato.


Il Cardinale durante il processo-farsa
davanti al tribunale popolare di Budapest:
distrutto, lo sguardo perduto, con voce tremante
conferma di non aver subito pressioni da parte della polizia...

 

 

 

Capitolo IV
La prigionia: otto anni

Poiché l'interesse del mondo libero per la sorte del Cardinale restava vivo, i comunisti lo portarono nell'ospedale del carcere. Vi comandava il suo aguzzino, il maggiore sadico.
     Il letto della cella era pieno di insetti, comunque stava meglio di prima e gli era perfino possibile celebrare di nuovo la S. Messa. Dopo due settimane sua madre poté visitarlo.
     Gli fu negata copia della sentenza e l'assistenza di un avvocato per ricorrere in appello.
     In una lettera all'arcivescovo Josef Grosz, chiese aiuto ma la lettera fu falsificata in modo da dare a intendere che egli riconosceva i suoi "crimini" e incitava ora i vescovi a concludere un accordo con lo Stato.      Durante la sua visita, la madre trovò il figlio in pessime condizioni di salute, e chiese adeguati trattamenti medici. Anziché esaudire la pressante richiesta, i comunisti trasferirono la loro vittima in un carcere più duro, senza dire alla madre nemmeno una parola.
     Il Cardinale non venne mai a sapere, per tutti i quattro anni che vi trascorse, il nome dell'istituto di pena in cui si trovava, isolato in una cella singola con disegni e scritte oscene sulle pareti marce per l'umidità.      Nelle sue Memorie scrive: "Non si riusciva mai ad incontrare lo sguardo fuggente di un altro carcerato; era come cercare un corvo bianco".
     Gli ipocriti che l'avevano picchiato con lo sfollagente, ora gli proibivano di inginocchiarsi "per motivi di salute", e gli rendevano una tortura perfino il sonno. Mani e viso dovevano restare visibili. Se li copriva per il freddo o per gli insetti lo svegliavano a scossoni.
     Riempiva le giornate con la preghiera per la Chiesa, per l'Ungheria, per la sua archidiocesi, per gli altri carcerati, per la gioventù, per sua madre e i morti, per i suoi nemici, le sue guardie e i suoi persecutori.
     A partire dal giugno 1950 gli permisero nuovamente di celebrare la S. Messa. Un tavolino da telefono gli serviva come altare. L'immagine qui riprodotta era l'unico ornamento.
     La dedica scritta a mano "Devictus vincit" significa "Vinto, Egli vince". Riuscì a conservare sempre con sé l'immagine, dovunque i suoi carcerieri lo trascinassero.
     La malattia aggravava le sue sofferenze. Dimagriva. Nel 1954 perse la metà del suo peso normale. Un giorno perse la conoscenza, cadde e si ferì alla testa. Lo trovarono in una pozza di sangue.
     Durante la successiva visita semestrale, sua madre, spaventata, chiese nuovamente cure adeguate. La sua richiesta fu assecondata.


Una foto di sua madre e delle sorelle.
Gli fu portata in prigione di nascosto.

Nel frattempo l'odioso Rakosi aveva raggiunto l'apice del potere e nel 1950 aveva fatto gettare in prigione e torturare per "titoismo" addirittura il ministro degli interni Janos Kadar. Il suo potere si reggeva su 60.000 agenti della polizia segreta, fra cui molti esperti torturatori.
     L' "Ufficio per gli Affari Ecclesiastici" promuoveva ora, con l'aiuto di preti corrotti o impauriti, il movimento dei "preti per la pace".
     Il vecchio arcivescovo Grosz venne torturato e condannato a quindici anni di carcere, altri vescovi furono messi agli arresti domiciliari. In ogni Curia vescovile c'era un funzionario comunista che controllava le nomine degli ecclesiastici.
     Con la morte di Stalin ci fu un cambiamento.
     Nel maggio 1954 il Cardinale fu riportato nell'ospedale del carcere di Budapest. Le sue condizioni migliorarono, ma nel 1953 si riammalò, proprio in un momento in cui la sua morte sarebbe stata molto scomoda a Rakosi.
     Il Primate fu portato in un'antica villa a Puspokszentiaszio (Ungheria meridionale). Al suo arrivo ebbe un attacco di cuore, ma riuscì a superarlo. Le condizioni di vita erano per lui sconcertanti. Sua madre poteva visitarlo liberamente. Anche l'arcivescovo Grosz era alloggiato ivi e il cardinale venne così a sapere molte cose accadute durante gli anni passati in carcere.
     Ora venivano chiamati "ospiti". Poiché d'inverno era impossibile vivere nella villa sia per gli "ospiti" che per i sorveglianti, i prelati furono portati a novembre in un castello vicino alla frontiera con la Cecoslovacchia.
     Rakosi tentava ora di puntellare il suo vacillante regime con un opportunistico atteggiamento condiscendente nei confronti della Chiesa.
     L'Arcivescovo Grosz fu graziato, al Cardinale venne offerta la scarcerazione a certe condizioni. Ma il pastore non voleva disorientare il suo gregge e rifiutò. "Messo davanti alla scelta tra morte in prigione o libertà al prezzo di un infamante compromesso", scrisse, "preferisco la morte". Ma non era ancora la sua ora.


"Sarai con me in paradiso": immagine del Cristo crocifisso
che il Cardinale riuscì a portare sempre con sè
durante la prigionia, dappertutto.

 

 

 

      In alto a sinistra: il monumento di Stalin a Budapest; per costruirlo fu demolita una chiesa.
      Foto principale: la statua abbattuta durante la rivoluzione.
      Il Dittatore è scomparso, ma l'ombra del suo potere incombe ancora su Budapest, tenuta in ostaggio.

Capitolo V
La libertà: quattro giorni

Il 24 ottobre 1956 il cardinale seppe della rivoluzione di Budapest. Le guardie volevano trasferirlo "per motivi di sicurezza". Egli si oppose. Dopo di ciò il governo, già traballante, inviò il direttore dell'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici, Janos Horvath, ad offrirgli protezione e sicurezza. Il Primate lo respinse. Allora i suoi sorveglianti lo lasciarono libero.
     Dei soldati insorti lo portarono con sé a Budapest. Le campane suonavano quando attraversava i villaggi e gli gettavano fiori; nella capitale la gente accorreva alla sua residenza. Benediceva tutti.
     Janos Kadar, ora ministro del nuovo governo di Imre Nagy, diede il benvenuto alla rivoluzione. L'Ungheria si dichiarò neutrale e abbandonò il patto di Varsavia.
     Durante gli anni di prigionia del Cardinale, la Chiesa aveva vissuto momenti tragici. Le scuole erano state nazionalizzate e i bambini che frequentavano il catechismo venivano minacciati e intimiditi come i loro insegnanti. Le comunità religiose erano state sciolte e i loro circa 11.000 membri cacciati dai monasteri.
     "Preti per la pace", spesso con una scandalosa condotta di vita, occupavano quasi tutti i posti chiave; servivano gli interesse del comunismo, sia recandosi all'estero sia partecipando ai congressi.
     Innumerevoli visitatori si recavano dal Cardinale a Budapest. Tra loro c'era anche Padre Werenfried. Il Primate procedette subito contro i preti per la pace. Dichiarò sciolto il loro movimento, li privò delle posizioni chiave e allontanò dalla sua archidiocesi spie e persone sleali.
     Il primo ministro supplente, Zoltan Tildy, fece visita tre volte al Cardinale in quei giorni; una volta fu accompagnato dal coraggioso colonnello Pal Maleter.
     Il Primate avverti Tildy di non prestare fede ai comunisti, e gli consigliò di chiedere l'aiuto delle Nazioni Unite. Lui stesso si rivolse alla nazione il 3 novembre.
     Ma la libertà ebbe breve durata. Lo stesso giorno dell'appello radiofonico, poco prima di mezzanotte, i sovietici attaccarono, dopo aver attirato in una trappola e arrestato Maleter e altri ufficiali. Serov, il capo dei servizi segreti sovietici, era arrivato! Dovevano morire 30.000 ungheresi.
     Tildy alzò la bandiera bianca sopra il Parlamento.
     Il Cardinale si incamminò con il suo segretario verso l'ambasciata USA. Avevano arrotolato le loro vesti talari sotto i cappotti. In tal modo superarono lo schieramento di carri armati sovietici.
     Il Presidente Eisenhower concesse subito l'asilo politico al Cardinale.


1 novembre 1956: il Cardinale legge davanti ai giornalisti una dichiarazione nel cortile della sua residenza a Budapest.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo VI
L'asilo politico: quindici anni

Imre Nagy, primo ministro della breve primavera politica, chiese asilo all'ambasciata iugoslava.
     Kadar, il nuovo luogotenente di Mosca, promise a Tito un salvacondotto per Nagy e i suoi compagni di viaggio. Ma appena lasciata l'ambasciata, il loro autobus fu fermato da un carro armato sovietico e i passeggeri vennero arrestati (6). Il 16 giugno 1958 Nagy e Pal Maleter furono giustiziati.

 

 

 

 


(6)
Ecco quanto vale la parola dei comunisti!

     La stessa cosa i sovietici intendevano fare con il Cardinale. Il potere di Kadar si basava unicamente sul tradimento.      Ora accusava il Cardinale di essere stato l'ispiratore della rivoluzione e, sebbene Kadar stesso avesse fatto parte del governo che aveva dichiarato nulla la sentenza contro Mindszenty, nel marzo 1957 annunciò che la condanna del 1949 restava in vigore come prima.
     Esecuzioni e repressioni dilagarono. Con amarezza il Cardinale doveva osservare le sofferenze del suo popolo e l'atteggiamento "paralizzato e impotente" dell'Occidente.
     La sua più grande consolazione era Pio XII che difendeva instancabilmente lui e la sua patria.
     La vita quotidiana del Primate nell'ambasciata era, nonostante la cordiale ospitalità, opprimente. Giorno e notte gli agenti della polizia segreta sedevano in un'auto davanti all'ambasciata, pronti ad arrestarlo in qualsiasi momento, se avesse messo piede fuori dall'edificio.
     Il 5 febbraio 1960 morì sua madre, ormai ottantacinquenne. Gli ambasciatori italiano e francese portarono la corona di fiori del figlio al funerale.
     La lunga processione funebre brulicava di agenti della polizia segreta che attendevano solo che osasse accompagnare sua madre all'ultima dimora.
     La sua vita all'ambasciata si svolgeva tra studio e preghiera. Aveva accesso alla biblioteca e a tutti i giornali. Molte cose che leggeva lo addoloravano profondamente. Nel giro di tre anni il regime aveva rimesso in carica tutti i preti per la pace che lui aveva allontanato. L'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici si arrogava nuovamente gli stessi poteri di prima.
     Nell'ottobre 1958 morì Pio XII.
     Il nuovo papa Giovanni XXIII trasmise la sua paterna benedizione al Cardinale assediato e si rammaricò profondamente di non poterlo abbracciare a Roma. Nel suo primo messaggio, il Papa parlò dei "sacri diritti della Chiesa che vengono brutalmente calpestati". Con grande nostalgia anelava di raggiungere i suoi figli perseguitati oltre cortina.
     Nell'enciclica "Pacem in terris" espresse questa speranza. Si avviarono trattative con l'Ungheria nell'aprile 1963. Il Papa offrì al Cardinale un posto in Curia.
     Un anno più tardi le trattative furono portate a termine sotto Paolo VI, con un accordo parziale che, tuttavia, comportava pochi vantaggi per la Chiesa. Il più importante "vantaggio" era la nomina di sei vescovi, per lo più preti per la pace, che intimiditi o comprati non erano che abulici esecutori degli ordini dei comunisti.
     Ben presto arrivarono all'ambasciata messaggeri per offrire al Cardinale un'amnistia. Si scontrarono col granito; egli rifiutò, non voleva l'amnistia, ma la riabilitazione.
     La situazione politica generale intanto mutava.
     La nuova parola d'ordine era distensione. Ora l'irremovibile Primate intralciava i piani degli USA. Spuntarono voci circa il presunto peggioramento della salute del Cardinale, anche se stava bene. E poi, improvvisamente, il 28 settembre 1971, il mondo sbalordito venne a sapere che il Cardinale era in viaggio per Roma su invito del Papa, dopo che Budapest lo aveva "graziato".
     I retroscena erano piuttosto sconcertanti. Il Vaticano aveva trattato con il regime un accordo che un inviato speciale sottopose al Cardinale. Egli avrebbe mantenuto il suo titolo, ma doveva rinunciare alle sue funzioni, abbandonare in modo discreto l'Ungheria ed evitare tutto ciò che avrebbe potuto guastare i rapporti tra Roma e il regime. Inoltre non doveva pubblicare le sue Memorie.
     Naturalmente il Cardinale rifiutò di firmare un simile documento. Si rivolse al Presidente Nixon e al Papa. Ambedue consigliarono di fare concessioni.
     Il Papa infine fece pressioni affinché venisse a Roma, senza accennare alle condizioni. Solo più tardi il Cardinale venne a sapere che erano già state date assicurazioni anche senza il suo consenso. In questo modo veniva deposto il seme di nuove sofferenze, quando dall' asilo passò all'esilio.


L'ambasciata americana a Budapest,
che il Cardinale non lasciò per quindici anni.

 

 

 

 

 

 



Fu ricevuto a Roma da Paolo VI
con gioia e commosso affetto
(7).

 

 

 

 

(7) conditi con tanta, ma tanta ipocrisia: pronto a tradirlo e sacrificarlo sull'altare dell'ostpolitik!

 

Capitolo VII
L'esilio: tre anni

A malincuore il Cardinale percorse la strada da Budapest alla cortina di ferro. La vista della frontiera lo costernò.
     A Roma fu ricevuto da Paolo VI con commossa gioia e cordialità (8). Il Santo Padre lo abbracciò e gli mise al collo la sua croce pettorale. Concelebrarono la S. Messa. Il Papa parlò di lui come di un "ospite a lungo atteso... Un simbolo di forza incrollabile, radicato nella fede e nella dedizione disinteressata alla Chiesa". l suoi confratelli cardinali lo accolsero con profondo rispetto.

 

 

 


(8) Ripetiamo: condite con tanta, ma tanta ipocrisia: pronto a tradirlo e sacrificarlo sull'altare dell'ostpolitik!

     Nella casa premonstratense di Roma, dove abitava allora padre Werenfried, incontrò per la prima volta i cardinali perseguitati Slipy, e Wyszynski.
     Lettere e telegrammi da tutto il mondo gli auguravano ricche consolazioni. Celebrò una Messa di ringraziamento sulla tomba di Pio XII.
     Decise di stabilirsi al Pazmaneum di Vienna, dove il suo Vescovo un tempo voleva mandarlo come seminarista. Il 23 ottobre concelebrò ancora una volta la Messa con il Santo Padre. Questi gli mise sulle spalle il suo mantello cardinalizio e gli disse: "Tu sei e rimani arcivescovo di Esztergom e Primate di Ungheria. Continua il tuo lavoro e se dovessero subentrare difficoltà, rivolgiti a noi con fiducia !" Poi il Cardinale andò a Vienna.
     Intendeva occuparsi dei molti cattolici ungheresi senza patria, con le sue Memorie mettere in guardia il mondo contro il bolscevismo e interessarsi personalmente del tragico destino della sua nazione.
     Poiché la Sante Sede non nominava un vescovo ausiliare per un milione e mezzo di ungheresi cattolici in esilio, Mindszenty intraprese, come otto anni prima il cardinale Slipy;, una serie di viaggi pastorali in Europa, Canada, USA, Africa e Australia per visitare i suoi compatrioti in esilio. Così egli poté anche ringraziare di persona molti che erano stati al suo fianco negli anni bui della presa di potere da parte di comunisti.
     Il governo ungherese reclamò in Vaticano e protestò contro i discorsi e le interviste del Cardinale. Si serviva di vescovi intimiditi che chiedevano di farlo tacere.
     L'intrepido Primate era costernato per il fatto che il silenzio, imposto alla sua Chiesa, dovesse venire esteso anche a lui, che pure viveva in libertà. Ma il nunzio di Lisbona censurò la predica che egli voleva fare a Fatima...
     Nel 1973 riprese i suoi viaggi pastorali che suscitavano ovunque grande attenzione. La gente accorreva da lui numerosa sia che si trattasse delle celebrazioni del millennio di S. Stefano d'Ungheria o del nuovo viaggio attraverso l'America settentrionale. Per la prima volta visitò anche l'Inghilterra. Il cardinale Heenan rallegrò il cuore del suo ospite con le sue chiare parole di saluto: "Se il comunismo mondiale ha serie intenzioni in merito alla diffusione della pace, deve smettere di perseguitare la Chiesa".
     130 deputati del parlamento britannico gli resero omaggio per la sua "intrepida opposizione" all'oppressione nazista e comunista. Il riconoscimento della sua fermezza da parte degli inglesi fu il punto culminante degli anni d'esilio.
     Ma l'accordo che Roma era stata costretta a stipulare per ottenere la sua libertà, gli preparava ora la stazione più dura della sua Via Crucis.
     Irritato per gli onori tributati al Cardinale in Gran Bretagna, Budapest chiese nuovamente la sua destituzione. Proprio allora il Cardinale aveva inviato al Papa le sue Memorie inedite. Il Santo Padre le lesse commosso dall'inizio alle fine. Non esercitò alcuna critica, gli fece presente che la loro pubblicazione poteva significare per la Chiesa ungherese nuove persecuzioni e attacchi. Il Cardinale rispose di essere abituato alle continue ingiurie, di aver perdonato ai suoi nemici ed evitato polemiche provocatorie e aggiunse: "La storia del bolscevismo mostra chiaramente che la Chiesa non può fare concessioni nella speranza che il regime in cambio smetta la sua persecuzione. Questa nasce e si sviluppa necessariamente dalla natura intrinseca della sua ideologia...".
     Il Cardinale continuò a lavorare alla sue Memorie.


Poco prima di lasciare l'ambasciata statunitense:
l'uomo dei dolori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il Cardinale rimase sempre pastore: anche nel suo ultimo anno di vita amministrò ancora il sacramento della Cresima.

Capitolo VIII
L'isolamento: ultimo anno

Il 1 novembre 1973 il Papa gli chiese "con grande riluttanza" (9) di dimettersi. Ciò gli avrebbe procurato "maggiore libertà per le sue pubblicazioni". Con cortese fermezza il Cardinale rifiutò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


(9)
Eufemismo = con grande ipocrisia

Ancora una volta fece notare il deplorevole stato della Chiesa in Ungheria e mise in guardia il Papa contro gli attacchi ai quali sarebbe stato esposto se l'avesse destituito. Non servì a nulla.
     Nel XXV anniversario del suo arresto, ricevette una lettera da Paolo VI con la quale gli comunicava che la sede episcopale di Esztergom era vacante.
     Paolo VI era un uomo d'onore, che rispettava anche un accordo stipulato con uomini che incarnavano la menzogna (10).
     Il Cardinale, preoccupato che la sua destituzione potesse seminare confusione e dubbio nei cuori dei suoi fedeli, protestò.

(10) Dove va a ridursi l'onore! A tradire il proprio sangue, un ministro di Dio, per rispettare l'accordo con i ministri di satana. Ma questo non ha niente a che vedere con l'onore, si chiama tradimento!
     Il 5 febbraio il Vaticano annunciò che il Cardinale si era dimesso (11).
     Con profondo dispiacere il Cardinale dovette chiarire che non si era dimesso, bensì era stato destituito. Accettò la decisione. Le sue Memorie però terminano con queste amare parole: "Così mi trovo ora alla porta dell'esilio definitivo e totale".
     Ondate di protesta sommersero il Vaticano (12). La stampa del mondo libero era irritata, e criticava violentemente la destituzione.
     L'intera Ostpolitik fu stigmatizzata come compromesso con gli atei. Ma Padre Werenfried scrisse: "Nonostante dubbio e timore ci rifiutiamo di bollare come irresponsabile la condiscendenza del Papa nei confronti degli atei, bensì preghiamo che l'ulteriore evoluzione dei fatti gli dia ragione. E se l'aspettativa del Papa dovesse andare delusa, vogliamo credere che egli sia stato in questa decisione, dolorosa anche per lui, l'organo esecutore di una politica di salvezza divina, per ora incomprensibile" (13).
I nemici del Cardinale erano felicissimi.

(11) Anche le bugie adesso servono all'onore di Paolo VI?!

 

(12) Ma la faccia tosta del Vaticano non se ne curò e continuò sulla strada del tradimento, pardon dell' ostpolitik...

 

 

(13) Quando la faccia tosta si fa parola...

     Imre Miklos, direttore dell'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici a Budapest, dichiarò: "La destituzione di Josef Mindszenty è stata salutata con comprensione dall'opinione pubblica ragionevole e progressista, sia all'interno che all'esterno degli ambienti ecclesiastici".
     Ferito, ma indomito, il Cardinale Mindszenty riprese i suoi viaggi pastorali. Pur criticando l'Ostpolitik, sottolineò sempre la sua fedeltà al Santo Padre.
     Nell'ottobre 1974 pubblicò le sue Memorie con l'osservazione: "Se ora rendo noto tutto ciò, è solo per mostrare al mondo quale destino gli prepara il comunismo".
     Continuò il suo apostolato ad un ritmo pericoloso per un uomo di 83 anni. A Bogotà (Colombia) lo colse la malattia che si aggravò durante il lungo volo di ritorno. L'operazione ebbe successo, ma il suo grande cuore alla fine cedette.
     Morì il 6 maggio 1975.
     Paolo VI, il presidente Ford e il cardinale König guidarono la manifestazione d'omaggio di tutto il mondo (14).
     Al fedele amico (15)  Padre Werenfried fu affidato l'ultimo elogio, il discorso presso il sepolcro.
     Il 15 maggio 1975 il Cardinale Josef Mindszenty fu tumulato nella basilica di Mariazell in Austria, dove la Madonna viene venerata anche come patrona d'Ungheria. Un giorno le sue ossa riposeranno nel duomo di Esztergom.


Da tutto il mondo giungono pellegrini per pregare sulla tomba dell'intrepido Pastore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(14) Il coro degli ipocriti...

(15) "Amico"... che prima aveva approvato, giustificato ed elogiato la proditoria destituzione!


Nulla di falso e vile poteva resistere al fulgore di questo sguardo, che al tempo stesso risplendeva di mitezza e bontà. Guai a noi se lo dimentichiamo

 

 

Cronologia

 

1892
1915
1919

1937
1944

 


1945

 

 


1946

1947

1948
1948-49
1949

1956

 

 

1958

1960
1971


1972
1973


1974


1975

29 marzo: nasce a Mindszent
12 giugno: ordinazione sacerdotale
9 febbraio: il governo di Karoly lo mette agli arresti domiciliari
nominato prelato pontificio
4 marzo: Vescovo di Veszprem
7 giungo: protesta contro la persecuzione degli Ebrei
31 ottobre: presenta al governo un memorandum per porre fine alle operazioni belliche
inizio di novembre: arresto
Domenica di Pasqua: lascia il carcere
7 ottobre: insediato come Arcivescovo di Esztergom e Primate di Ungheria
17 ottobre: lettera pastorale in difesa delle minoranze tedesche
4 novembre: i comunisti ottengono alle elezioni solo il 17% dei voti
8 febbraio: Pio XII gli conferisce a Roma la dignità cardinalizia
Giugno: i comunisti ottengono il 22% dei voti, ma esercitano l'effettivo potere con l'appoggio sovietico
26 dicembre: i comunisti lo arrestano
dal 26 dicembre al 2 febbraio: interrogatori e torture
3-5 febbraio: processo-farsa
8 febbraio: condannato all'ergastolo
23 ottobre: scoppia l'insurrezione
30 ottobre: in libertà
31 ottobre: in trionfo verso Budapest
3 novembre: appello radiofonico alla nazione
4 novembre: le truppe sovietiche soffocano l'insurrezione; trova rifugio nell'ambasciata statunitense
9 ottobre: Pio XII muore, suo successore é Giovanni XXIII
5 febbraio: muore sua madre
rifiuta di accettare le condizioni per il suo rilascio
28 settembre: lascia Budapest per obbedienza a Paolo VI; ricevuto a Roma dal Papa e trasferimento a Vienna
Inizia i suoi viaggi pastorali in tutto il mondo
Luglio: invia a Paolo VI le sue Memorie
1 novembre: il Papa gli propone di dimettersi; egli declina l'invito.
5 febbraio: Paolo VI dichiara vacante la sede di Esztergom
ottobre: pubblica le Memorie
6 maggio: muore a Vienna
15 maggio: è sepolto a Mariazell. Da tutto il mondo giungono pellegrini per pregare sulla tomba dell'intrepido Pastore. Anche Giovanni Paolo II gli tributò omaggio a Mariazell.
 

 

 

INDICE


Introduzione

Cap. 1: L'ascesa: cinquantasei anni

Cap. 2: La distruzione: trentanove giorni

Cap. 3: Il processo: tre giorni

Cap. 4: La prigionia: otto anni

Cap. 5: La libertà: quattro giorni

Cap. 6: L'asilo politico: quindici anni


Cap. 7: L'esilio: i primi tre anni

Cap. 8: L'isolamento: l'ultimo anno

Cronologia riassuntiva

 

 

 

Personaggi
(per capirne un po' di più)

Andras Zakar: segretario del Card. Mindszenty.

Bela Kun: comunista, capo del governo che instaura nel 1919 uno spaventoso regime di terrore.

Decsi: colonnello di polizia ungherese che arresta (per la prima volta) il Card. Mindszenty. Famigerato tenente colonnello, il 26-12-48 arresta nuovamente il Card. Sotto di lui avviene il lavaggio del cervello del Card.

Gabor Peter: comandante, al tempo del lavaggio del cervello. Tenente generale, capo del sistema comunista del terrore, un mostro sadico

Grosz: vecchio arcivescovo torturato e condannato a quindici anni di carcere.

Janos Horvath: comunista, direttore dell'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici.

Janos Kadar: ministro degli interni, oggi segretario generale del partito e capo dello stato. Edificava su menzogne, torture e morte. Nel 1950 viene fatto gettare in prigione da Rakosi e torturato per "titoismo".
Nel 1956 ministro del nuovo governo di Imre Nagy, diede il benvenuto alla rivoluzione.
All'arrivo dell'Aramata Rossa diventa il nuovo luogotenente di Mosca. Promise a Tito un salvacondotto per Nagy e i suoi compagni di viaggio, ma, appena lasciata l'ambasciata, li fece arrestare.

Kalman Kiczko: presunto "buon cattolico", difensore d'ufficio al processo del Card.

Imre Miklos, comunista, direttore dell'Ufficio per gli Affari Ecclesiastici a Budapest.

Imre Nagy: ministro degli interni. Nel 56 diventa primo ministro della breve primavera politica. Il 16 giugno 1958 fu giustiziato.

Laszio Lekai, sacerdote, fedelissimo del Card., oggi suo successore come Primate e Cardinale.

Laszio Rajk: ministro degli interni, in sostituzione di Imre Nagy. Col lui la repressione delle attività ecclesiali fu rafforzata.

Mihaly Karoly: capo del governo rivoluzionario del 1918.

Mons. Janos Mikes: primo Vescovo del giovane Mindszenty.

Pal Maleter: coraggioso colonnello della rivoluzione: Il 16 giugno 1958 fu giustiziato.

Rakosi: protetto dall'Armata Rossa calunnia il Card. Nel 1950 raggiunge l'apice del potere e fa gettare in prigione e torturare per "titoismo" addirittura il ministro degli interni Janos Kadar.

Tibor Meszaros: sacerdote, fedelissimo del Card. e suo segretario nell'esilio.

Zoltan Tildy: primo ministro supplente durante la rivoluzione del 1956 .

 

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