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la «nuova teologia» contro il Limbo
di Gregorius

Fonte: Sì sì no no, 15 Gennaio 1996

Rispondendo a due lettere, Sì sì no no, con firma di Gregorius, chiarisce dettagliatamente la bimillenaria dottrina sul Limbo: è una verità di Fede che non contrasta affatto con l'infinita misercordia di Dio.

Grassetti, colori, parentesi quadre, sottolineature, corsivi
e quanto scritto nello spazio giallo sono generalmente della Redazion

[Due lettere]

      Un lettore sacerdote ci scrive:
«[…] Certo, sono completamente d'accordo con voi sulla necessità di battezzare i bambini, come insegnano il Magistero infallibile della Chiesa, i Concili, tutta la Tradizione ed anche il Credo di Paolo VI del 30 giugno 1968.
[1L.] Permettetemi, però, di essere meno categorico sul Limbo e sulla sorte dei bambini morti senza battesimo.
[2L.] Il Limbo dei bambini è una conclusione teologica che non è di fede divina, ma soltanto di fede ecclesiastica secondo la classificazione insegnatami a suo tempo in Seminario.
[3L.] In altri termini, il Limbo non fa parte della Rivelazione contenuta nell'Evangelo. […]
[4L.] Il Limbo,o, meglio, le frange del regno di Dio, esistono quaggiù per la Chiesa prima che l'evangelizzazione non abbia realizzato il plenum dei suoi fedeli.
[5L.] Conservoil ricordo della morte nel parto di una mamma […] Pensate che il buon Dio possa aprire il cielo alla madre […] e chiudere la porta alla sua bambina, inviandola altrove?[…]
[6L.] Mi sembra che la soluzione del Limbo non tenga abbastanza conto del dogma della comunione dei Santi, che è nel Credo. […] I meriti dei Santi non possono prioritariamente essere attribuiti ai membri della loro famiglia naturale e a quelli che hanno amato sulla terra?[…]
Il pelagianesimo è oggi una piaga: la negazione del peccato originale, il culto dell’uomo, il rimpiazzare i Sacramenti con dei forum, il disprezzo della grazia divina a vantaggio di trucchi: si ignora il testo del Vangelo: "Non voi avete scelto Me; sono Io
  —dice Gesù  che ho scelto voi" (Gv. 15-16).

Cordialmente
lettera firmata da un sacerdote»


A sua volta, una lettrice ci scrive:
«[7L.] […] Mia cognata, in occasione di un intervento allorché era incinta di 4 mesi, aveva domandato che il feto fosse battezzato nel caso in cui... Essendo cambiata l'equipe chirurgica (nel corso della notte) non fu fatto come aveva chiesto.[…]
[8L.] Permettetemi di porvi nuovamente la domanda, insieme con quest'altra: che cosa ne è del giudizio finale in questo campo: "Venite alla mia destra... perché ecc. "?
[9L.] […] sapendo che alla fine del mondo ci saranno coloro che avranno fatto... e coloro che non avranno fatto in funzione della loro volontà libera ed illuminata […]

Lettera firmata»

 

 

 

RISPONDIAMO PUNTO PER PUNTO

 

Una «dottrina comune della Chiesa»

      [1L.] «Permettetemi   —scrive il nostro lettore sacerdote—  di essere meno categorico sul Limbo e sulla sorte dei bambini morti senza battesimo».
        Qui non si tratta di essere più o meno «categorici». Si tratta, invece, di attenersi alla dottrina insegnata per secoli, fino alla vigilia del Vaticano II, dalla massa dei Pastori, condivisa dalla massa dei teologi, creduta da tutto il popolo cristiano. Discostarsene vuol dire discostarsi dalla dottrina comune per aderire a quelle voci discordi ed isolate, che ad intermittenza non sono mancate nel corso dei secoli, ma che o sono risultate inconciliabili con la divina Rivelazione o sono destinate a restare pure ipotesi, anche pie, se si vuole, ma non fondate su nessun dato rivelato.
        Nel 1935 il padre J. Webert O.P. scriveva: «Se vi fu tra i teologi qualche esitazione o oscurità nel corso dei tempi, la dottrina della Chiesa è ormai ben precisata sull'esistenza del Limbo, come luogo dove dimoreranno in eterno le anime di coloro che sono morti con il solo peccato originale» (L'au de là. Note ed appendici alla traduzione francese della Somma Teologica di San Tommaso, ed. Desclée).
        Lo stesso Hàring, che nega il Limbo dei bambini, deve riconoscere che si tratta di «una dottrina comune della Chiesa» (Famiglia Cristiana 27 maggio 1975) e tale la riconoscono tutti i teologi.
        Ora, un sacerdote è in grado di ben valutare il peso che in campo dottrinale ha un così lungo ed unanime consenso nella Chiesa, consenso che per la sua pacifica accettazione e la sua durata, impegna l'infallibilità della stessa Chiesa sia «in docendo» che «in credendo».
       
A questo deve aggiungersi il favore, tacito o espresso, del Magistero Pontificio, che per bocca di Pio VI ha difesa come ortodossa la credenza nel Limbo contro l'eretico sinodo di Pistoia: «La dottrina che rigetta come favola pelagiana quel luogo degli inferi (che i fedeli ovunque chiamano con il nome di Limbo dei bambini), nel quale le anime di coloro che sono morti con il solo peccato originale sono punite con la pena del danno [privazione della visione di Dio] senza la pena del fuoco [...] è falsa, temeraria, ingiuriosa per le Scuole cattoliche» (DB 1526).
       Perciò nel 1954, alla vigilia del Vaticano II, i padri gesuiti spagnoli nella loro Sacrae Theologiae Summa (BAC, Madrid) scrivevano che «etsi de Limbo plures sunt quaestiones, eius existentia certo tenenda est [in corsivo nel testo] quamvis non sit doctrina de fide definita», «benché sul Limbo ci siano più questioni [da risolvere], la sua esistenza dev'essere tenuta per certa, pur non essendo di fede definita» (vol. II De Sacramentis p. 150). Ed esaminate e confutate le varie obiezioni ed ipotesi sulla sorte dei bambini morti senza battesimo, i suddetti gesuiti richiamavano alla gravissima sentenza di Sant'Agostino: «Noli credere nec dicere nec docere infantes antequam baptizantur morte praeventos pervenire posse ad originalium indulgentiam peccatorum, si vis esse catholicus [in corsivo nel testo]», «Non credere né dire né insegnare che i bambini colti dalla morte prima di essere battezzati possono conseguire la remissione del peccato originale, se vuoi essere cattolico» (ivi).

 

   

Un errore

      [2L.] «II Limbo dei bambini è una conclusione teologica che non è di fede divina, ma soltanto di fede ecclesiasti­ca secondo la classificazione insegnata­mi a suo tempo in Seminario».
      Qui ci sembra che «categorico» e —ci dispiace, ma dobbiamo dirlo—  in errore sia il nostro lettore e per più motivi.
      Il Limbo è, sì, una conclusione teologica, ma non una conclusione teologica di fede ecclesiastica, non essendosi la Chiesa ancora pronunciata su di essa (vedremo il perché) in maniera solenne e definitiva. Tuttavia, qualora la dottrina sul Limbo fosse di fede ecclesiastica, come la ritiene il nostro lettore, la sua certezza sarebbe «infallibile come nel caso dei dogmi veri e propri» (L. Ott Compendio di teologia dogmatica, Marietti 1955 p. 22), e perciò non ha proprio nessun peso l'argomentazione che il Limbo «non è di fede divina, ma soltanto di fede ecclesiastica».

 

 

 

Sententia ad fidem pertinens

      [3L.] «In altri termini, il Limbo non fa parte della Rivelazione contenuta nell'Evangelo».
       
Ci dispiace di dover dissentire dal nostro reverendo lettore. Il Limbo è una conclusione teologica, come d'altronde lui stesso ricorda, e dunque, appunto perché conclusione teologica, è verità virtualmente o implicitamente rivelata, come insegna qualsiasi manuale di teologia: «Si dice conclusione teologica una verità religiosa dedotta da due premesse, delle quali una è formalmente rivelata e l'altra è conosciuta dalla sola ragione. Poiché siffatte verità derivano per una radice dalla Rivelazione vengon dette virtualmente rivelate (virtualiter revelatae)» (Bartmann Manuale di teologia dogmatica, vol. I, ed. Paoline 1949, p. 20). Per questa sua connessione teologica con la divina Rivelazione, la conclusione teologica, ancor prima del pronunciamento definitivo della Chiesa, è detta «sententia ad fidem pertinens», sentenza che appartiene alla fede. Noi non saremmo, perciò, tanto categorici nel concludere che «il Limbo non fa parte della Rivelazione contenuta nell' Evangelo».

 

 

 

Un'opinione «singolarissima»

      [4L.] «IlLimbo o meglio le frange del regno di Dio esistono quaggiù per la Chiesa prima che l'evangelizzazione non abbia realizzato il "plenum" dei suoi fedeli».
       
E così il Limbo viene completamente negato. Qui, infatti, non si tratta più della sorte dei bambini morti senza battesimo, ma che i genitori avrebbero desiderato battezzare; qui si tratta della esistenza stessa del Limbo. Non vediamo come questa personalissima opinione, che pone il Limbo «quaggiù», sulla terra, possa conciliarsi
     
¯ con il Vangelo, «Chi non rinasce per acqua e Spirito Santo non può entrare nel Regno di Dio» (Gv. 3, 5),
       ¯ con duemila anni di riflessione teologica «in eodem sensu et eadem sententia» sulla sorte dei bambini morti senza battesimo
       ¯ e con i documenti del Magistero infallibile della Chiesa.
       Infatti, se il Limbo esiste solo «quaggiù» e di là non esiste, vuol dire che non si dà mai il caso di anime che muoiono col solo peccato originale, ma soltanto anime meritevoli o del Cielo (con annesso Purgatorio) o dell'inferno per essere morte, oltre che con il peccato originale, anche con peccati personali.
        Ed invece le difinizioni infallibili della Chiesa   —tutte senza eccezione—  dànno per certo che ci sono anime che muoiono col solo peccato originale: nella professione di fede di Michele Paleologo e in tutte le professioni di fede imposte agli orientali (Dz. 387, 588, 870, 875), nel Concilio di Lione e poi di Firenze (DB 464) si distingue sempre tra coloro che muoiono in peccato mortale e coloro che muoiono «col solo peccato originale» (cioè i bambini e i dementi non battezzati). Di qui la logica conclusione, tratta dai teologi dell'esistenza di un luogo speciale che accolga queste anime nell'aldilà.
       Inoltre, una volta negato il Limbo nell'aldilà allo scopo di salvare i bambini per i quali i genitori hanno desiderato ardentemente il battesimo, resterebbe da stabilire dove vanno a finire gli altri bambini, inclusi quelli degli infedeli, che i genitori non hanno neppure lontanamente desiderato di battezzare. Non si giunge per tale via, a negare la stessa verità rivelata, di cui il Limbo è conseguenza logica, e cioè la necessità assoluta del Battesimo per tutti?
       Ci fermiamo qui.
       Aggiungiamo solo che di opinioni «personalissime» oggi agonizza la Chiesa. Evitiamo di tirarne fuori almeno noi, che vogliamo essere figli fedeli della Chiesa.

 

 

 

Una domanda irriguardosa per il Magistero e la teologia cattolica

      [5L.] «Conservo il ricordo della morte in parto di una mamma [...]. Pensateche il buon Dio possa aprire il cielo alla madre [...] e chiudere la porta alla suabambina, inviandola altrove? [...]».
        Questa domanda ci sembra anzitutto, a dir poco, irriguardosa verso i tanti e grandi teologi cattolici (ivi inclusi Sant'Agostino e San Tommaso), nonché verso la Chiesa che —come si esprime Pio XII nell'Humani Generis   «ha dato con la sua autorità, una così notevole approvazione alla loro teologia». Essi, infatti   —e la Chiesa con loro—  non si sarebbero accorti che il Limbo fa torto alla... bontà di Dio!
        In realtà, i grandi teologi ben sapevano che la visione diretta di Dio è un dono affatto gratuito (nessuno ha «diritto» alla grazia e alla gloria), il quale dono sorpassa infinitamente le esigenze e le aspirazioni della natura umana (cosa negata dalla «nuova teologia») e che dunque non è lecito chiedere conto a Dio perché non accordi a qualcuno le gioie del Cielo che Egli, pur volendo dare a tutti non deve, però, a nessuno.
        La nostra generazione superba sembra averlo dimenticato, ma la parola di Dio è lì a ricordarcelo:
«O uomo, e chi sei tu che vieni a disputa con Dio?
Che
forse dirà il vaso all'artigiano:Perché mi hai fatto così?
O che forse il vasaio non può fare della stessa pasta un vaso di uso onorevole ed un altro di uso spregevole?»
(San Paolo Rm. 9, 20-23; cfr. Rm. 11, 34-35)
o anche il «Non voi avete scelto Me, ma Io ho scelto voi» ricordato dal nostro lettore a conclusione della sua lettera e che è uno dei tanti passi evangelici che affermano la sovrana libertà di Dio nel piano della salvezza (si ricordi anche il «Non posso forse fare del mio quello che voglio?» del padrone della vigna nella parabola degli operai dell'ultima ora).
       Certo, Dio vuole che tutti gli uomini si salvino, ma lo vuole di volontà condizionata, non assoluta (come vorrebbe, invece, la «nuova teologia») e cioè lo vuole a condizione che gli uomini e le cause seconde in generale concorrano all'opera della salvezza e, se questo concorso viene meno, Dio non interviene a colpi di miracoli, per mandare tutti ad ogni costo in Paradiso, violando la libertà umana, ma lascia che le cause seconde facciano il loro corso.
        Perciò molti bambini muoiono senza battesimo per la colpevole negligenza dei genitori o di altre persone (nel caso prospettato dalla lettrice,   [7L.] per colpa della precedente équipe medica che ha trascurato di trasmettere all'équipe subentrata la volontà della madre). Ed anche quando la negligenza non fosse evidente come in questo caso, potrebbe sempre ricercarsi a monte   —secondo la plausibile ipotesi di un teologo—  nella mancata utilizzazione di tutte le grazie attuali, che Dio distribuisce agli uomini perché si compia perfettamente il suo disegno di salvezza.
        Con ciò non si pretende che la questione sia completamente risolta: essa resta per l'uomo sempre misteriosa, perché in fondo si tratta della ineguale distribuzione della grazia, ineguaglianza della quale Dio si è riservato il segreto.
        Quanto detto, però, è sufficiente a stabilire che l'esistenza del Limbo non mette in causa né la giustizia né la bontà divina. Tanto più che alle anime del Limbo, secondo la comune sentenza dei teologi, se sono negate le gioie del Cielo (non dovute loro), non sono però negate le gioie naturali più elevate che assicurano loro un godimento del quale esse non cessano di ringraziare Dio.

 

   

Una dottrina consolante

      Di fatto la riflessione teologica sul Limbo, se ben conosciuta (il che non è, come appare dalle lettere ricevute) offre non pochi motivi di consolazione ai genitori cristiani afflitti.
        È certo che le anime del Limbo subiscono oggettivamente la pena del peccato originale, pena che «è la privazione della visione di Dio» (InnocenzoIII; Dz. Enchiridion n. 341), ma è sentenza comune dei teologi che la giustizia divina non permette che esse soggettivamente ne soffrano. Già Sant' Agostino aveva detto (Enchir. e. 39) che la loro pena «è fra tutte la più mite» «omnium mitissima» (il successivo irrigidimento del dottore di Ippona è dovuto alla controversia pelagiana).
       Successivamente approfondendo la natura del peccato originale, che nei discendenti di Adamo ha carattere non di colpa, ma di privazione della grazia, i teologi precisarono meglio anche la natura della pena del Limbo, puramente privativa anch'essa, non afflittiva.
       La loro sentenza è così illustrata e difesa da San Tommaso:
       «per la medesima ragione per la quale essi [i bambini morti senza battesimo] non sono puniti con un dolore sensibile che li affligge dall'esterno, non devono soffrire un dolore interiore. Poiché il dolore della pena corrisponde al piacere della colpa. Ora, mancando ogni piacere nel peccato originale, va escluso ogni dolore da parte della pena corrispondente.
       
Ecco perché altri affermano che i bambini non battezzati avranno la conoscenza perfetta di quanto rientra nella conoscenza naturale, e conosceranno di essere esclusi dalla vita eterna e la causa di tale esclusione, senza tuttavia provare afflizione alcuna per questo. Vediamo subito come ciò sia possibile.
       Si deve dunque riflettere che se uno è dotato di retta ragione
[e tali sono   —ha spiegato più su—  le anime del Limbo, che libere dall'infermità del corpo, conosceranno "almeno quelle cose che si possono investigare con la ragione ed altre ancora"] non si affligge per il fatto di mancare di quanto sorpassa la propria condizione, ma solo per la carenza di quanto in qualche modo era a lui proporzionato. Nessun uomo saggio, per es., si affligge di non poter volare come un uccello, oppure perché non è re o imperatore, non essendo ciò a lui dovuto, ma si affliggerebbe se venisse privato di ciò cui in qualche modo era predisposto. Ebbene tutti gli uomini dotati dell'uso del libero arbitrio sono proporzionati a conseguire la vita eterna, perché sono in grado di prepararsi alla grazia, per cui si consegue la vita eterna. Se quindi costoro non la rag- giungono, ne devono provare un dolore grandissimo, perché perdono quanto sarebbe stato loro possibile [è la condizione dei dannati]. I bambini, invece, non furono mai proporzionati a conseguire la vita eterna: poiché essa non era loro dovuta per i principii naturali, superando ogni capacità della natura; né ebbero mai la possibilità di avere atti propri, con i quali conseguire un bene così grande. Perciò essi non si addoloreranno affatto per la mancanza della visione di Dio: anzi godranno di partecipare in molte cose della bontà divina e delle perfezioni naturali.
       
Né si può dire che essi erano proporzionati a conseguire la vita eterna per l'opera altrui, anche se non propria, perché avrebbero potuto essere battezzati da altri, come molti altri bambini nelle stesse condizioni, che cosi hanno conseguito la vita eterna. Infatti si deve a una grazia sovrabbondante il fatto che uno sia premiato senza un atto personale. Perciò la mancanza di una tale grazia non causa, nei bambini non battezzati, una tristezza maggiore di quanta ne causi nei saggi il fatto che a loro non vengono concesse molte grazie che invece sono concesse ad alcuni del loro rango» (Summa Th. Suppl. App. II a.2).
        Insomma, se il Limbo non è il Paradiso, non è, neppure l'inferno dei dannati e, se le anime non vi godono della visione beatifica, godono tuttavia d'una felicità accidentale e secondaria, possedendo senza dolore dei beni naturali, nient'affatto disprezzabili, al primo posto la conoscenza e l'amore naturale di Dio, come spiega San Tommaso:
       «Benché i bambini non battezzati siano separati da Dio, quanto all'unione mediante la gloria, non sono tuttavia totalmente separati da Lui. Anzi sono uniti a Dio per la partecipazione dei beni naturali e così possono anche godere di Lui per la naturale cognizione ed il naturale amore» (In IV Sent. l.II, dist.XXX, q.II a.2, ad 5).
        Il Suarez, a sua volta, dice che i bambini morti senza battesimo amano Dio, di amore naturale, al di sopra di ogni cosa e godono di essere al sicuro da ogni peccato e sofferenza [De peccatis et vitiis disp. IX sect. VI).
        Il Lessius dice che essi posseggono una conoscenza naturale perfetta delle cose materiali e spirituali che li mette in grado di amare sommamente Dio, sia pure di amore naturale, di benedirlo e lodarlo per l'eternità (anche per aver risparmiato loro il combattimento terreno, sempre di esito incerto) (De perfect. divin. 1. XII e. XXII, n. 144 ss.).
        Il card. Sfondrati aggiunge che «il beneficio della innocenza personale e dell'esenzione dal peccato è così grande che quei bambini preferirebbero piuttosto essere privati della gloria celeste che di commettere un solo peccato, ed ogni cristiano dev'essere dello stesso avviso [come lo sono stati di fatto i Santi]. Perciò non c'è da lamentarsi ed affliggersi per questi bambini, ma piuttosto da lodare e ringraziare Dio per loro» (Nodus praedestinationis solutus, Roma 1687).
       Com'è evidente, per consolare i genitori cristiani afflitti dalla morte senza battesimo dei loro bambini, non è affatto necessario negare l'esistenza del Limbo; basta semplicemente istruirli sulla dottrina del Limbo.
       Ci piace qui ricordare anche che il canonico Didiot della facoltà teologica di Lilla si dice «dispostissimo a credere che sono possibili delle relazioni, anche frequenti, tra il cielo degli eletti e il Limbo dei bambini; che il legame del sangue perdurerà nell'eternità e che la famiglia cristiana, ricostituita là in alto, non sarà priva della gioia di ritrovare ed amare i suoi piccoli associati di un dì» (Morts sans baptême, Lilla 1896, p. 60). È solo un'ipotesi personale e 1'autore la dà per tale, ma è un'ipotesi in linea con il dogma e la dottrina tradizionale.

 

   

Per i meriti di Cristo e non dei Santi

      [6L.] «Mi sembra che la soluzione del Limbo non tenga abbastanza conto del dogma della comunione dei Santi che è nel Credo. [...] I meriti dei Santi non possono prioritariamente essere attribuiti ai membri della loro famiglia naturale e a coloro che essi hanno amato sulla terra?».
       
Anche questa osservazione fa torto ai grandi teologi della Chiesa e alla Chiesa stessa, che gli uni e l'altra per secoli non si sarebbero avveduti che la conclusione teologica sul Limbo mal si accorda «col dogma della comunione dei Santi che è nel Credo». In realtà i grandi teologi non dimenticavano, come sembra dimenticare il nostro lettore, che la prima grazia (conferita appunto dal Battesimo e restituita eventualmente dalla confessione) è concessa per i meriti di Cristo e non dei Santi e che la divina Rivelazione lega assolutamente la prima grazia al Battesimo (Gv. 3,5). Questo battesimo di acqua può essere supplito dal battesimo di sangue, come nel caso dei santi Innocenti, uccisi in odio a Cristo, o dal battesimo di desiderio, che, consistendo in atti personali di fede e di contrizione, non può, però, darsi nei neonati (e nei dementi).
       Altri mezzi di salvezza non ci è dato di conoscere e giustamente i teologi unanimemente dicono che ad una legge generalissima ed universalissima rivelata da Dio qual è quella del Battesimo non può ammettersi eccezione se di questa eccezione Dio stesso non abbia rivelato l'esistenza (Sacrae Theologiae Summa cit. e Dictionnaire de th. cath. voce baptême e limbes). Ecco perché tutte le ipotesi, anche pie, sull' argomento finiscono col riposare solo su ragioni di sentimento e mancano di un solido fondamento: «solido quidem fundamento carere», come dichiarò di esse il Sant'Uffizio nel Monitum del 18 febbraio 1958 (AAS 50/1958, 114).

 

   

Il giudizio universale

      Crediamo con ciò di aver risposto anche alla seconda lettera. Ci resta da rispondere solo alla domanda   [8L.] sul giudizio universale. La questione non è stata ignorata dalla teologia cattolica.
       E vero, il Vangelo sul giudizio finale parla solo di [9L.] «coloro che avranno fatto e coloro che non avranno fatto in funzione della loro volontà libera ed illuminata» e tace di coloro che non ebbero la possibilità di fare, ma da questo non è affatto lecito dedurre che costoro non esistano. Ad attestarcelo ci sono i documenti del Magistero infallibile della Chiesa, alla quale soltanto spetta spiegare il vero senso delle Scritture. Detti documenti, come già accennato, pongono sempre in una categoria a parte, distinta dai beati e dai dannati, le anime che muoiono «col solo peccato originale» e cioè coloro che, come i bambini o i dementi, non ebbero la possibilità di fare o non fare in funzione della loro volontà libera ed illuminata. Se di queste anime non si fa menzione nel giudizio universale è semplicemente perché questo giudizio non le riguarda: esse non vi saranno giudicate, perché nulla vi è da giudicare, non avendone esse avuto la possibilità né di meritare né di demeritare. Perciò, secondo alcuni teologi, le anime del Limbo neppure assisteranno al giudizio universale e, ignorando la felicità degli eletti, non ne avranno nessun rimpianto. Secondo altri, invece, esse conosceranno la felicità degli eletti, ma egualmente non ne avranno rimpianto, essendo la loro volontà perfettamente conforme alla volontà divina, che essi ben sanno saggia, giusta e buona; anzi, vedendo la dannazione dei reprobi, si rallegreranno del loro stato e ringrazieranno la bontà divina di aver loro risparmiato misericordiosamente la prova terrena, che può concludersi con il Cielo, ma anche con l'inferno (i cui dannati sarebbero ben felici se si aprissero loro le porte del Limbo). Secondo San Tommaso e i tomisti, invece, anche se le anime del Limbo dovessero assistere al giudizio universale, la Provvidenza continuerebbe misericordiosamente a mantenerle nell’ignoranza della felicità dei beati. Tutti i teologi, comunque, sono d'accordo in questo: che il testo evangelico del giudizio finale non fa ostacolo alla conclusione teologica sul Limbo.

 

 

 

Una facile confusione

      La Chiesa giustamente nel suo insegnamento insiste sul dovere di battezzare i bambini al più presto (D.B. 712). Il Limbo, infatti, anche se non è un luogo di sofferenza, ma di pregevole godimento, non è però il Paradiso, al quale Dio chiama tutti gli uomini, e neppure è un paradiso naturale, perché le anime vi subiscono, sia pure senza soffrirne, un danno reale, il danno provocato dal peccato originale: la privazione della visione diretta di Dio. Questa giusta insistenza della Chiesa non deve però indurre ad equiparare la dannazione delle anime del Limbo alla dannazione dei reprobi, perché questo sarebbe contrario al Magistero infallibile della Chiesa che ben le distingue, e neppure deve indurre a considerare il Limbo un luogo di afflizione, sia pure distinto dall'inferno, perché la Chiesa non insegna e non ha mai lasciato insegnare ciò e alla dottrina del Bellarmino, che voleva nelle anime dei bambini una lieve tristezza per la beatitudine perduta, ha chiaramente preferito la dottrina che abbiamo sopra esposta.

 

 

 

Contro il Limbo la «nuova teologia»

      Se il Concilio Vaticano II non fosse stato fatto abortire in partenza dai neomodernisti, la consolante dottrina sullo stato delle anime nel Limbo sarebbe oggi realmente di fede ecclesiastica (quale erroneamente la suppone il nostro lettore) e perciò la sua certezza sarebbe «infallibile come nel caso dei dogmi veri e propri» (L. Ott. cit.).
        Nello schema approntato dalla Commissione teologica, infatti, si legge:
       «II Concilio dichiara vane e prive di fondamento tutte le sentenze secondo cui si ammette per i bambini un mezzo [per conseguire la visione di Dio] diverso dal battesimo ricevuto di fatto. Tuttavia non mancano motivi per ritenere che essi riceveranno eternamente una certa felicità consona al loro stato». Con questo il Concilio avrebbe incoraggiato l'approfondimento teologico sullo stato di felicità accidentale e secondaria delle anime nel Limbo, ma avrebbe chiuso la porta alla ricerca di altri mezzi di salvezza diversi dal «battesimo ricevuto di fatto», ricerca divenuta alla vigilia del Concilio sempre più inquieta ed inquietante per impulso della «nuova teologia». Questa chiusura, d'altronde, è perfettamente in linea coi vari testi del Magistero infallibile, quale, ad esempio, il decreto pro Jacobitis del Concilio di Firenze (ripreso poi dal Concilio di Trento), in cui si legge: «Cum ipsis (pueris) nonpossit alio remedio subveniri nisi per sacramentum baptismi... admonet... quamprimum commode fieri potest, debere conferri» (DB 712), «Poiché i bambini possono essere soccorsi solo col Sacramento del Battesimo... (la Chiesa) ammonisce... che esso deve essere amministrato appena sia possibile farlo senza incomodo» (e questa dottrina richiama anche Pio XII nel famoso discorso alle ostetriche).
       Purtroppo questa chiusura definitiva non è stata realizzata per la deviazione imposta al Concilio dalla minoranza modernista e i neomodernisti hanno approfittato della mancata definizione per definire nel postconcilio la questione a modo loro... eliminando cioè il Limbo, solo perché esso
       1) contrasta con l'eresia del de Lubac e della «sua banda» che, riesumando il modernismo condannato da San Pio X, vorrebbero il soprannaturale (e quindi la visione beatifica) non un dono assolutamente gratuito, che Dio non deve a nessuno, ma, al contrario, qualcosa di dovuto, perché necessario perfezionamento della natura umana (v. sì sì no no 15 febbraio 1993 p. 3);
       2) non si concilia con l'altra eresia, propria della «nuova teologia», che vuole la salvezza incondizionata di tutti gli uomini, credenti e non credenti, battezzati o non (v. sì sì nono 15 aprile 1993 p. 1 ss.).
       Malgrado ciò, il testo approntato dalla commissione teologica resta lì ad attestare, se ve ne fosse bisogno, che alla vigilia del Concilio la dottrina sul Limbo era comunemente professata da Pastori, teologi e fedeli e che solo la rivoluzione modernistica ha turbato (e l'eco del turbamento si avverte nelle lettere da noi ricevute) il pacifico possesso di questa conclusione teologica così egregiamente riassunta, appunto alla vigilia del Concilio, dall’Enciclopedia Cattolica:
       
«III. Il Limbo dei Bambini. Esiste ancora, secondo la teologia, il Limbo dei bambini, lo stato cioè e il luogo dei bambini non battezzati, morti prima dell'uso della ragione, senza la remissione del peccato originale. Non essendo in grado, per la loro età, di fare atti di fede e di contrizione (Battesimo di desiderio), questi non possono essere liberati dalla colpa di origine se non per mezzo del Battesimo, conferito in fide Ecclesiae; non ricevendolo, non "rinascono nell'acqua e nello Spirito Santo" (Gv. 3,5) e pertanto non sono ammessi nel Regno di Dio; non avranno però altra pena, anzi, secondo la comune opinione dei teologi, godranno di una certa beatitudine naturale. Come si esprime San Tommaso, "saranno felici nel partecipare largamente della divina bontà nelle perfezioni naturali" (II Sent, d. 33, q. II, a. 2; cf. d. 45, q. 1,a. 2; Sum. Theol, suppl.,q. 79, a. 4).
       Questa concezione teologica, sebbene non esplicita
[ma implicita, sì] nella Sacra Scrittura, è fondata sulla giustizia di Dio, la quale non può infliggere castighi personali a chi non ha peccati personali. Pertanto la sorte dei bambini deceduti senza battesimo, come osserva S. Gregorio di Nissa (PG46,177-80), deve distinguersi da quella degli adulti che hanno, per propria colpa, trascurato il Battesimo; tuttavia non saranno ammessi alla felicità soprannaturale, come pensavano pelagiani, contro cui si pronunziarono il Concilio di Cartagine nel 418 (Denz-U, 102 nota 4) e S. Agostino (De anima et eius origine, 12,17: PL 44, 505). Il Limbo dei bambini dura eternamente, poiché deceduti con il solo peccato originale sono fissati in quello stato per sempre. Questa dottrina fu chiarita [non inventata, come vorrebbe la "nuova teologia"] dai grandi teologi del sec. XIII» (voce Limbo col. 1358).

***

 

 

 

      A conclusione, vogliamo aggiungere che noi comprendiamo perfettamente il dolore dei genitori cristiani che non hanno potuto battezzare i loro bambini e il desiderio che essi hanno di sapere qualcosa di più sulla sorte dei loro cari. Ma, come già detto in passato da queste pagine, non c'è bisogno di inventare favole né, ancor meno, di negare il Limbo per consolarli: l'approfondimento teologico sull'argomento offre abbondanti motivi di consolazione; si tratta solo di farli conoscere.
        Sentiamo, inoltre, il dovere di richiamare alla gravità dell'ora presente e alla minaccia incombente del neomodernismo che sembra inquinare oggi anche i migliori nella Chiesa. Tutto ciò esige da coloro che vogliono essere e rimanere veramente figli della Chiesa la fedeltà più rigorosa al Magistero della Chiesa e alla autentica teologia cattolica per non mettere a rischio la propria fede e non cooperare a quella demolizione della Chiesa ad opera dei suoi nemici interni, impropriamente detta da Paolo VI «autodemolizione».

Gregorius

 

 

 

 


Riferimenti:

Limbo: ipotesi teologica o ve-rità di Fede?
Risposta a Matteo Castagna
Tentativo di conciliazione
Caos postconciliare

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